Sorokin è il supervincitore del Von Rezzori 2015

Uno passa giornate dall’umore altalenante, per questioni familiari e di lavoro, poi succedono cose così. Lascio riflessioni e impressioni personali al prossimo post. Oggi mi godo il momento speranzosa.

FESTIVAL DEGLI SCRITTORI

Firenze, 12 Giugno 2015

VINCE
VLADIMIR SOROKIN
con
La giornata di un Opričnik
traduzione di Denise Silvestri
Atmosphere Libri

È Vladimir Sorokin con La giornata di un OpričnikAtmosphere Libri, traduzione di Denise Silvestri – il vincitore della nona edizione del Premio Gregor von Rezzori per la migliore opera di narrativa straniera tradotta in Italia.
Lo scrittore russo è stato premiato oggi alla presenza del Sindaco di Firenze Dario Nardella. Ad annunciare il vincitore, nel corso di una cerimonia che si è svolta nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, la giuria composta da Ernesto Ferrero, Beatrice Monti della Corte, Edmund White, Alberto Manguel e Andrea Bajani.

Questa la motivazione con cui la giuria ha assegnato il Premio a Vladimir Sorokin:

“Il romanzo di Vladimir Sorokin si svolge nell’anno 2027 in una Russia fittizia. Racconta un giorno della vita di un Opričnik. E’ un riferimento a una setta creata da Ivan il Terribile nel 1565 con lo scopo di eliminare i suoi nemici spesso ricorrendo a mezzi brutali e cruenti.
Nel mondo raccontato da Sorokin gli eccessi dell’impero di Ivan il Terribile e della Russia di Putin sono ampliati e resi nei più fantasiosi ed orrendi dei modi. Nessun dettaglio ci è risparmiato. Dallo stupro di gruppo della moglie di un nobile sospetto, trovata nascosta in una gigantesca stufa ad una visita degli Opričniki ad una sauna dove si godono un’orgia sublimata da droghe e dai vapori del kvass e poi si rilassano ascoltando Rachmaninov sorseggiando champagne dello Szechuan.
Questi odierni Opričniki invece che con i neri stalloni del tempo antico si spostano su delle Mercedes russe sul cui cruscotto sono appese delle teste di cane tagliate di fresco.
Una delle particolarità di questo libro è il linguaggio inventato da Sorokin per raccontare questa nuova Russia. E’ un mish-mash di gergo di business, di diktat della Russia imperiale, di propaganda sovietica e di folklore.
Al primo impatto La giornata di un Opričnik sembra essere precipitato tra noi da un altro pianeta, ma ha un posto ben radicato nella tradizione russa. Si sente l’eredità di due grandi satiristi, Bulgakov e Gogol nel cumulo barocco dei dettagli, nell’abile tessitura di fantasia e di realtà, nell’azione senza sosta. Naturalmente si sentono degli echi di Solgenitsin da Ivan Denisovic  come pure la vertiginosa abilità linguistica ci fa pensare a Dostoevskij. Sorokin piace non solo per la sua continuità col passato, ma perché ne fa qualcosa di estremamente nuovo, terrificante e comico. Edmund White lo ha definito con grande efficacia “un diamante nero”.

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“Conigli e boa” di Fazil’ Iskander

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Ne parlo ora, ma è uscito il mese scorso.

Ne sono molto orgogliosa quindi lo segnalo anche qui sul mio blog.

Il pericolo per i russi, infatti, è sempre lo stesso: che ottimi libri passino inosservati nel marasma di titoli a volte anche di basso valore che si pubblicano nel nostro paese.

La letteratura russa contemporanea ha sempre fatto fatica a decollare. Più fa fatica a decollare, meno si investe in essa lamentandosi che non decolla, meno si investe, più fa fatica a decollare. Un circolo vizioso che perdura.

Qui sotto la quarta e a questo link un ASSAGGIO.

Che cosa accadrebbe nel Regno dei conigli e nel Regno dei boa se un giorno un semplice coniglio cominciasse a ragionare con la propria testa e mettesse in dubbio secolari usanze di morte? Quali conseguenze potrebbe scatenare il suo tentativo di ribellarsi allo status quo? Un giorno il Ponderatore, un coniglio con il compito di meditare sulle cose, si rende conto per caso che i suoi simili si lasciano inghiottire dai boa perché impietriti dal terrore, non per la capacità dei serpenti di ipnotizzare le proprie vittime. Ma proprio chi dovrebbe essere felice di quella scoperta, il Re, vuole che le cose restino invariate. E se quella menzogna e il terrore nella sua forma più subdola fossero l’unico modo di mantenere il potere e l’equilibrio fra le specie? In Conigli e boa Fazil’ Iskander ci presenta un apologo ironico, una favola filosofica sui rapporti fra il potere e le persone, fra terrore e realtà, fra verità e menzogna. Paragonato per toni e ispirazione alla Fattoria degli animali di George Orwell, è diventato un classico pedagogico fin dai tempi della sua pubblicazione di clamoroso e inaspettato successo.

Utilizzando la tradizione russa del racconto come forma di critica sociale, Iskander introduce il lettore alla vera società sovietica attraverso due gruppi di animali – i conigli e i serpenti, i deboli e i forti.
«Per i suoi voli di fantasia e la sua abilità apparentemente inesauribile nell’intessere storie l’opera di Iskander è stata spesso paragonata a quella di Gabriel Garcia Marquez».
The New York Times Book Review
«Iskander si è conquistato un posto di valore nella tradizione degli autori russi satirici, fra il Gogol’ delle Anime morte e il Nabokov di Lolita».
Elmar Krekeler, Los Angeles Times
«Nelle sue storie, anche quando descrivono immani tragedie, c’è sempre tanta ironia». La Repubblica
«Iskander immerge il lettore in un’umanità pittoresca, legata ai ritmi delle attività quotidiane, ma propensa a evadere verso le regioni della fantasia… Le storie traggono valore dalla loro stravaganza o eccezionalità».
Corriere della Sera
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Le cose strane di questo paese

Succedono cose strane in questo paese. Soprattutto quando si parla di lavoro, soldi e cultura.

Per anni l’editoria italiana ha precarizzato i propri addetti ai lavori. Chi ne parlava era un “traditore” perché non stava alle regole del gioco. Con fatica Rerepre ha fatto in modo che si sapesse. A un certo punto, dopo anni di omertà, è scoppiato pure un caso mediatico, questo, e tutti hanno dato addosso con la bava alla bocca ai lavoratori precari esasperati dipinti come invidiosi anch’essi con la bava alla bocca. In nome dei “figli di” che devono avere lo stesso diritto dei “non figli di” di essere considerati talentuosi. Cosa che in un certo senso è vera, ma che andava a spostare il problema su altro, sviando l’attenzione dal vero cancro dell’editoria: la precarizzazione.

Con la crisi tutto si è fatto più pesante. In molti, soprattutto i piccoli e medi editori di qualità faticano a stare in piedi. I grandi, nonostante le loro cifre ben più ampie, devono rendere conto agli azionisti, non ai lettori, e cavalcano l’onda.

Più di uno ha smesso di pagare i propri collaboratori: qualcuno impeccabile prima, comincia a perdere colpi, ha reazioni scomposte, spera di rimettersi in carreggiata; altri, lo usano come prassi da sempre e non pagano. Per anni i traduttori, ma anche redattori, grafici, editor freelance boccheggiano, non solo a trovare lavoro, non lo trovano nemmeno più precario, perché in molti vengono espulsi senza troppi problemi dal ciclo produttivo, ma anche a farsi pagare una volta che i contratti vengono sottoscritti.

La rabbia monta, in molti vorrebbero parlare ma nessuno o quasi lo fa per paura della legge sulla diffamazione. Chi ha i mezzi cerca di recuperare i propri crediti a fatica con un avvocato. Qualcuno ci riesce, altri no. In molti, l’avvocato, non se lo possono nemmeno permettere.

E incontrano tendenzialmente due tipi di editori: quelli saccenti, maleducati che non rispondono nemmeno alle richieste di pagamento con una spiegazione e se ne fregano, in nome del loro fare cultura, che sembra sempre più importante dei torti che fanno subire agli altri, e quelli, in taluni casi, magari anche maleducati ma che alla fine cercano di pagare a rate, con piani di rientro. La differenza fra le due tipologie è evidente. Lascio da parte chi paga in tempo e dignitosamente perché son come panda, dato che l’ondata di ritardi e non pagamenti arriva per i collaboratori esterni persino da alcuni grandi gruppi editoriali.

Così scoppia anche stavolta il caso mediatico, quello di questi giorni, i traduttori trovano il coraggio di evidenziare il problema, si accodano, esasperati dal vicolo cieco in cui sono finiti e per molti sono solo i cattivoni che rovinano una bella esperienza editoriale, dimenticandosi che i traduttori non sono imprenditori, sono lavoratori-autori-artigiani cui viene commissionato un lavoro, con tanto di contratto. E il lavoro va pagato.

I vessati si trasformano agli occhi di molti in vessatori. La richiesta pubblica di pagamento, in gogna. Il diritto a vivere del proprio lavoro, un lavoro con tariffe già misere, una quisquilia, una cosa di secondo piano rispetto alla cultura.

Ho tradotto per Isbn il loro primo titolo nel 2004. Mi hanno pagato: . Nei tempi: visto che non me lo ricordo, probabilmente sì. Ma erano momenti di grande euforia e inesperienza da entrambe le parti. Quanto accaduto dopo mi riguarda solo perché faccio parte della categoria dei traduttori e ho sentito i colleghi  disperarsi in cerca di una soluzione; perché magari quei soldi che aspettavano con ansia potevano fare la differenza fra il vivere in modo dignitoso e arrancare. Ma anche se così non fosse, quei soldi se li erano sudati, erano il frutto del loro lavoro, di notti insonni, di figli, mogli e mariti trascurati, di giorni di malattia cui non hanno diritto, di vacanze fatte per metà pur di consegnare in tempo. E se togli anche il compenso, che resta?

Insomma, diamo in generale il merito a quegli editori che hanno saputo fare buone cose quando le hanno sapute fare, concediamo loro di rimettersi in carreggiata se troveranno il modo di appianare i debiti e di cambiare atteggiamento non scaricando il rischio d’impresa su altri, ma non accaniamoci, per favore, anche questa volta, contro chi di vessazioni ne subisce già tante e cerca solo di far valere i propri diritti.

E facciamo che questo caso sia il punto di svolta per far cambiare la testa della gente, per trovare soluzioni che diano dignità al lavoro editoriale.
Una dignità vera, però, non il finto “prestigio”  di ora.

p.s.: in tutto questo marasma ringrazio Christian Raimo per questo articolo, per aver nominato il lavoro fatto da Rerepre in questi anni. La fatica è stata davvero improba, e molti di noi ne stanno ancora pagando le conseguenze.

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La cinquina.

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Una grande soddisfazione vedere il libro di Sorokin che ho tradotto nella cinquina del Premio Gregor von Rezzori. Complimenti a Sorokin, ovvio, ad Atmosphere libri, e pure a me.

Complimenti anche agli altri quattro libri (autori e traduttori annessi) e alla vincitrice della sezione “Miglior traduzione di un’opera di narrativa straniera”, Federica Aceto.

Gaudio e giubilo, cari miei, come si suol dire…😀

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La “casta” da 1000 euro al mese

Stanotte, mentre lavoravo fino alle 4, perché ero insonne, non perché ne fossi costretta, almeno ieri sera, ripensavo a una discussione uscita su una bacheca di Fb alcune ore prima.

Una discussione che ho letto, con l’amaro in bocca, ma alla quale non ho partecipato.

Sugli editori che non pagano per partito preso, con piglio truffaldino da anni, non per improvvisa crisi. Sui lavoratori che non riscuotono, nonostante tutti gli sforzi possibili.

E mi sono sentita male, una volta non per la vittima del mancato pagamento (quella avrà sempre la mia solidarietà), ma al pensiero che i consigli, le esortazioni a riflettere, senza colpevolizzare, a pretendere di più per le prossime occasioni, una volta scoperta quale tariffa di traduzione, in quel singolo caso, era stata accettata,  siano stati presi per l’ennesima volta come l’attacco di una “casta” di lavoratori con tariffe milionarie (mille euro al mese sono cifre milionarie, quale visione distorta!). Lavoratori astiosi contro i poveri “virgulti” che altre cifre non possono pretendere.

E sono venuti fuori discorsi su precarietà, precariato, lotta per arrivare alla fine del mese, tradurre, lavorare in editoria per bisogno.

Non è la prima volta che accade. Chi mi conosce sa che davanti a questi discorsi di solito tendo a comprendere le scelte di chi si lascia irretire dal dorato mondo della cultura, che accetta l’inaccettabile, perché il meccanismo è perverso e io lo conosco bene. Ma qui si sta parlando di cifre inaccettabili, non di cifre limite. Le cifre limite pongono sempre il lavoratore esterno davanti al bivio se accettare o meno, per tamponare, e magari pagare la rata del mutuo quel mese, in attesa che smuova qualcosa di più degno. E lì preferisco non fare mai i conti in tasca alle persone. Quelle da fame, no, sono più facili da rifiutare. Perché ti dicono già tutto.

E devono essere rifiutate, per una semplice ragione che se non riguarda la categoria intera, riguarda il singolo lavoratore: se accetti 3-4-5 euro a cartella lordi per quell’editore che tutti sanno proporre quelle cifre, senza mai pagarle davvero, darai l’idea che il tuo lavoro vale quella cifra, e sarà difficile uscirne.

Per fortuna l’attacco alla “casta” era venuto più da “paladini dal giudizio facile” ma senza reali conoscenze del settore, che dalla lavoratrice vittima.

Quindi spero, ci conto, anzi sono sicura, che lei, loro, chiunque leggerà questi consigli, saprà farne tesoro.

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L’orgoglio dei libri

2015-03-30 10.00.21 Ieri sono stata a BookPride, la fiera dell’Editoria Indipendente, organizzata ai Frigoriferi Milanesi, dal 27 al 29 marzo. Per tre ragioni:

  1. dovevo parlare a un evento sui lavoratori dell’editoria;
  2. incontrare alcuni editori indipendenti;
  3. comprare bei libri che in libreria, in generale, si faticano ormai a trovare tutti insieme con quella possibilità di scelta.

Partiamo dal motivo n.1:

L’evento era il seguente:

C’è chi corregge, c’è chi traduce: tra redattori precari e traduttori autonomi, verso le buone pratiche, a cura di Chiara Di Domenico. Con Elisa Comito (Sindacato traduttori editoriali), Francesco Sole (Slc-Cgil), Odei, Rete Redattori Precari. A cura di ODEI, l’Osservatorio degli Editori Indipendenti. Io ero la rappresentante di Rerepre (Milano), il mio nome l’unico dimenticato, ma chissene, creava comunque aspettativa su chi sarebbe stato il/la “ribelle” con l’ardire di mostrare il proprio volto in quella sala😀

Nonostante fosse dalle 10 alle 12, in orario d’apertura, di domenica mattina, il cambio dell’ora legale, la Stramilano a togliere gente, la sala era discretamente piena, l’auditorio particolarmente interessato, diviso fra editori indipendenti, colleghi traduttori e redattori/lavoratori editoriali, semplici lettori. Gli argomenti emersi sono stati molto interessanti, il tempo poco: bi(bli)odiversità, contratto condiviso, filiera trasparente, legalità, comunanza di intenti, ritorno di immagine attraverso la creazione di un prodotto culturale che spicchi rispetto alla massificazione anche per correttezza nelle pratiche del lavoro, in un primo passo piccolo (ma i passi piccoli sono in fondo quelli più grandi) verso un accordo, speriamo, dei lavoratori della filiera editoriale con gli editori più volenterosi e DAVVERO alla ricerca di un’etica che li renda “bi(bli)odiversi”, non a parole, ma nella sostanza, nei fatti. Io ci credo, ci spero, da inguaribile ottimista (utopista?), essendo una lavoratrice editoriale che ha sempre desiderato vedere il libro fra i prodotti BIO, da acquistare con scelta responsabile. Come sarà possibile, tutto da vedere.

E veniamo al motivo n. 2:

Ho girato per gli stand, chiacchierato con vari editori conosciuti negli anni. La fiera sembra aver avuto un buon esito: lettori forti, lettori attenti, dunque compratori forti e attenti. Ieri, domenica, causa Stramilano, l’affluenza era ridotta, ma sabato c’era stato un boom.

E siamo al motivo n. 3:

In un paio di queste chiacchierate, ho avuto un paio di conferme su ciò che sapevo già. Le librerie di catena si fanno pagare fior di cifre per mettere in vetrina, sugli scaffali, nelle pile più in vista certi titoli e non altri. Così finisce che i titoli più interessanti, coraggiosi, se non si vanno a cercare con il lanternino, dai pochi librai indipendenti, con titolo, autore e casa editrice alla mano, fai fatica a trovarli.

Voi penserete, be’, che dici di nuovo? Credi davvero che non lo sapevamo? Sì, forse, lo sapevate, ma le cifre che chiedono, quelle le sapete? Sono cifre da far tremare i polsi, cifre che un piccolo-medio editore non si può assolutamente permettere, che se le sentisse un comune mortale, magari pure aspirante lettore responsabile, col cavolo che si fiderebbe più ad acquistare un solo titolo visto in vetrina…

E torno così al tema che mi preme sempre: con i contributi, le tredicesime, i premi produzioni, ecc. non pagati ai finti collaboratori, fra le altre cose, i grandi gruppi si sono comprati anche gli spazi in vetrina appiattendo, ammazzando la varietà. E riducendo il numero di lettori anziché aumentandoli.

Mio padre me lo ripete sempre: la pubblicità è l’anima del commercio.

Speriamo che i piccoli editori, non potendo combattere su un certo campo, si convincano che la via della trasparenza e della bi(bli)odiversità REALE sia quella giusta anche nell’ottica di un ritorno d’immagine, che costerebbe loro di certo meno di un libro in vetrina nelle librerie di catena.

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In pieno stupore

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In questi mesi il blog è un po’ fermo.

Tante le cose che vorrei raccontarvi, alcune sulle quali è meglio non esprimermi, altre che forse non vi interesserebbero nemmeno.

Due cose, però, stanno rappresentando un tale spiraglio di luce in questo momento difficile che non posso non scriverne.

Ho passato anni mortificanti in cui l’editoria non faceva altro che spingermi a credere di non valere nulla, che dopo di me c’era la fila, che se c’ero o non c’ero all’editoria poco importava. Che meritavo di prendere cifre infime, di non avere un contratto sicuro, di elemosinare lavoro.

E invece ora ho ricevuto due dimostrazioni di stima per il mio lavoro che mai avrei pensato di ricevere.

Lo so, ci sono casi in cui la modestia dovrebbe essere la regola, per non apparire tronfi, non diventare antipatici, ma mi sono ormai così abituata al peggio che quando mi succede il meglio quella ritrosia finisce per risultarmi innaturale, perché DEVO esultare. Non riesco a trattenermi.

Ora ve le dico.

La giornata di un opricnik di Vladimir Sorokin, pubblicato da Atmosphere Libri, è arrivato prima nella long-list, poi nella short-list di un nuovo premio dedicato alle traduzione letteraria dalle lingue slave, il Premio Polski Kot, parte di un festival dedicato al mondo slavo, Slavika, che si è svolto a Torino fra il 15 e il 21 marzo 2015.

Be’, dopo essere arrivata in finale, la mia traduzione ha pure vinto, ex aequo con un altro libro:

Cultura karaoke di Dubravka Ugresic, traduzione di Olja Perisic Arsic e Silvia Minetti, edito da Nottetempo.

Sono stata a Torino a ritirare il premio, il primo “gatto” di casa, il 19 marzo, e ho trascorso una giornata splendida con mia sorella e Barbara Delfino, traduttrice dal polacco e dal russo, nonché animatrice del premio e del festival insieme, tra gli altri, ad Alessandro Ajres, proprietario del circolo culturale Polski Kot, docente di lingua e letteratura polacca e voce del programma Vodkabolario in onda su Radio Flash Torino.

Li ringrazio. Come ringrazio Atmosphere Libri per aver deciso di dar voce a Sorokin in Italia quando ormai tutti gliela negavano.

Poi la seconda cosa…

Sempre La giornata di un opricnik è fra i prefinalisti del premio Gregor Von Rezzori per la miglior opera di narrativa straniera.

Attenzione, qui non sono io a essere premiata come traduttrice, il premio Gregor Von Rezzori ha una sezione a parte per i traduttori, altri lodevolissimi colleghi sono stati segnalati, ma penso comunque che se quest’opera di Sorokin sia riuscita a farsi notare, visto che è passata attraverso la mia traduzione, un po’ di merito possa prendermelo anch’io.

Tutto questo mi riempie di orgoglio e mi fa capire che hanno sempre sbagliato loro a non volermi. E a non volere tanti di voi.

E ho sempre sbagliato io a convincermi che in fondo, nel mio caso, un po’ avessero ragione.

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