Da Mosca con amore

Torno a ribattezzare il blog, fermo ormai da un anno e qualche mese, con un post delle grandi occasioni.

Anche i lavoratori editoriali possono avere il blocco dello scrittore. A me è successo.

Mi sembrava di non avere più niente di interessante da raccontarvi, che ci fossero colleghi capaci di dire in rete cose molto più accattivanti, argute, positive, non-respingenti.

Mi ero sempre augurata di dare prima o poi su questo blog la notizia della fine della mia precarietà.  Per seminare il seme della speranza, dopo tanti racconti di difficoltà, ingiustizie, fatiche, sfruttamento, ribellione, rivendicazioni.

Gli eventi, invece, si erano evoluti in modo strano.

Io che sceglievo di non cedere al ricatto della p.iva, non riuscivo più a fare un mestiere tanto amato imparato per dieci anni, trovavo un’ancora di salvezza nell’altrettanto malsicura traduzione, traducevo uno dei più importanti scrittori russi contemporanei, lui che con una mia traduzione vinceva il premio di narrativa straniera tradotta più importante d’Italia…

C’eravamo fermati lì. Mi sembrava così di aver chiuso il cerchio con un finale positivo, lasciando il seguito all’immaginazione.

In questi giorni, però, mi è successa una cosa molto importante di cui non posso non parlare. Sono stata a Mosca. Al Congresso Internazionale dei Traduttori Editoriali (Ru<>lingua straniera). E lì ho parlato del PROTOCOLLO Odei-Strade-Slc-CGIL (che vi invito a leggere, soprattutto se siete del mestiere), del modo in cui la conflittualità fra editori e traduttori può trovare a volte un terreno fertile, comune su cui agire per il bene del settore e del rispetto delle competenze altrui.

congresso_2016

[Parte della “delegazione” italiana: Alessandro Niero, Denise Silvestri, Anita Vuco, Nicoletta Marcialis, Margherita Crepax]

Quattro giorni di interventi in lingua russa divisi in sezioni, dalle più tecniche (come la mia sul rapporto fra traduttori e editori), a quelle più teoriche, a laboratori su difficoltà traduttorie in classici, contemporanei, editoria per bambini e ragazzi, incontri con scrittori, un premio internazionale in una sede di importanza storica.

Una macchina organizzativa ottima: a traduttori provenienti da ogni angolo della terra viene pagato tutto, vitto, alloggio, aereo; i traduttori ricambiano con la loro presenza, con idee, esperienze, con una relazione letta e discussa in pubblico.

Una macchina organizzativa che, così mi hanno detto, sarà costata almeno come due carri armati. Noi, una cosa così, ce la sogniamo.

Il traduttore al centro di tutto. Il traduttore come ambasciatore di cultura. Coccolato, rispettato, invogliato a proseguire nella sua missione, al di là delle fatiche che ognuno incontra nel proprio paese.

E infatti, ascoltando relazioni, chiacchierando un po’ a destra e a manca, sono emerse situazioni non molto rosee anche in altri paesi: il ruolo del revisore dalla lingua originale sempre più relegato a fastidiosa “inutile spesa“, compensi in alcuni casi migliorabili, in altri fuori luogo, situazioni contrattuali persino peggiori delle nostre.

Eppure torno a casa con la sensazione positiva che almeno i russi cerchino di fare qualcosa (in Russia ci sono ben due fondi per la traduzione all’estero di opere russe; in Italia non esiste nulla) e che, come sempre, parlare, passarsi informazioni, unirsi su un’unica strada, camminando insieme, a volte anche con divergenze su come quella strada andrebbe percorsa, sia l’unica e sola soluzione da opporre all’isolamento, alla rassegnazione, all’immobilismo.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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Una risposta a Da Mosca con amore

  1. Stefania Forlani ha detto:

    “Noi, una cosa così, ce la sogniamo.”
    Già.
    😦

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