Le cose strane di questo paese

Succedono cose strane in questo paese. Soprattutto quando si parla di lavoro, soldi e cultura.

Per anni l’editoria italiana ha precarizzato i propri addetti ai lavori. Chi ne parlava era un “traditore” perché non stava alle regole del gioco. Con fatica Rerepre ha fatto in modo che si sapesse. A un certo punto, dopo anni di omertà, è scoppiato pure un caso mediatico, questo, e tutti hanno dato addosso con la bava alla bocca ai lavoratori precari esasperati dipinti come invidiosi anch’essi con la bava alla bocca. In nome dei “figli di” che devono avere lo stesso diritto dei “non figli di” di essere considerati talentuosi. Cosa che in un certo senso è vera, ma che andava a spostare il problema su altro, sviando l’attenzione dal vero cancro dell’editoria: la precarizzazione.

Con la crisi tutto si è fatto più pesante. In molti, soprattutto i piccoli e medi editori di qualità faticano a stare in piedi. I grandi, nonostante le loro cifre ben più ampie, devono rendere conto agli azionisti, non ai lettori, e cavalcano l’onda.

Più di uno ha smesso di pagare i propri collaboratori: qualcuno impeccabile prima, comincia a perdere colpi, ha reazioni scomposte, spera di rimettersi in carreggiata; altri, lo usano come prassi da sempre e non pagano. Per anni i traduttori, ma anche redattori, grafici, editor freelance boccheggiano, non solo a trovare lavoro, non lo trovano nemmeno più precario, perché in molti vengono espulsi senza troppi problemi dal ciclo produttivo, ma anche a farsi pagare una volta che i contratti vengono sottoscritti.

La rabbia monta, in molti vorrebbero parlare ma nessuno o quasi lo fa per paura della legge sulla diffamazione. Chi ha i mezzi cerca di recuperare i propri crediti a fatica con un avvocato. Qualcuno ci riesce, altri no. In molti, l’avvocato, non se lo possono nemmeno permettere.

E incontrano tendenzialmente due tipi di editori: quelli saccenti, maleducati che non rispondono nemmeno alle richieste di pagamento con una spiegazione e se ne fregano, in nome del loro fare cultura, che sembra sempre più importante dei torti che fanno subire agli altri, e quelli, in taluni casi, magari anche maleducati ma che alla fine cercano di pagare a rate, con piani di rientro. La differenza fra le due tipologie è evidente. Lascio da parte chi paga in tempo e dignitosamente perché son come panda, dato che l’ondata di ritardi e non pagamenti arriva per i collaboratori esterni persino da alcuni grandi gruppi editoriali.

Così scoppia anche stavolta il caso mediatico, quello di questi giorni, i traduttori trovano il coraggio di evidenziare il problema, si accodano, esasperati dal vicolo cieco in cui sono finiti e per molti sono solo i cattivoni che rovinano una bella esperienza editoriale, dimenticandosi che i traduttori non sono imprenditori, sono lavoratori-autori-artigiani cui viene commissionato un lavoro, con tanto di contratto. E il lavoro va pagato.

I vessati si trasformano agli occhi di molti in vessatori. La richiesta pubblica di pagamento, in gogna. Il diritto a vivere del proprio lavoro, un lavoro con tariffe già misere, una quisquilia, una cosa di secondo piano rispetto alla cultura.

Ho tradotto per Isbn il loro primo titolo nel 2004. Mi hanno pagato: . Nei tempi: visto che non me lo ricordo, probabilmente sì. Ma erano momenti di grande euforia e inesperienza da entrambe le parti. Quanto accaduto dopo mi riguarda solo perché faccio parte della categoria dei traduttori e ho sentito i colleghi  disperarsi in cerca di una soluzione; perché magari quei soldi che aspettavano con ansia potevano fare la differenza fra il vivere in modo dignitoso e arrancare. Ma anche se così non fosse, quei soldi se li erano sudati, erano il frutto del loro lavoro, di notti insonni, di figli, mogli e mariti trascurati, di giorni di malattia cui non hanno diritto, di vacanze fatte per metà pur di consegnare in tempo. E se togli anche il compenso, che resta?

Insomma, diamo in generale il merito a quegli editori che hanno saputo fare buone cose quando le hanno sapute fare, concediamo loro di rimettersi in carreggiata se troveranno il modo di appianare i debiti e di cambiare atteggiamento non scaricando il rischio d’impresa su altri, ma non accaniamoci, per favore, anche questa volta, contro chi di vessazioni ne subisce già tante e cerca solo di far valere i propri diritti.

E facciamo che questo caso sia il punto di svolta per far cambiare la testa della gente, per trovare soluzioni che diano dignità al lavoro editoriale.
Una dignità vera, però, non il finto “prestigio”  di ora.

p.s.: in tutto questo marasma ringrazio Christian Raimo per questo articolo, per aver nominato il lavoro fatto da Rerepre in questi anni. La fatica è stata davvero improba, e molti di noi ne stanno ancora pagando le conseguenze.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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