Dietro a Bookcity, cosa c’è?

Ieri mi sono presa mezza giornata per tornare a Palazzo Reale.
Mezza giornata buttata? Forse, non so…

Ore 15: grande conferenza strapiena per la nuova edizione di Bookcity prevista per novembre 2013, 4 giorni di presentazioni, iniziative ed eventi letterali, artistici e culturali per invogliare alla lettura e aiutare un comparto, quello dell’editoria libraria, che arranca per le più svariate ragioni.

Da lettrice forte è stato molto interessante. Da addetta ai lavori precaria che aveva partecipato al precedente incontro, molto molto meno interessante.
Dicevo, “interessante” perché, guardandola semplicemente attraverso gli occhi di un amante della cultura (presupponendo però che nella vita faccia tutt’altro), vedere il tipo di iniziative che sono state messe in piedi lo scorso anno, il cui percorso continuerà anche nelle prossime edizioni, faceva apparire Milano una città davvero convinta delle proprie possibilità culturali, di quanto di bello ci sia intorno all’amore per quell’oggettino tanto bistrattato in questa società di egoismi ed esteriorità, il libro; una città desiderosa di invertire una rotta nefasta attraverso il gusto per la lettura.
E fin qui siamo tutti d’accordo.

Ma che spazio potranno trovare le verità sul mondo del lavoro editoriale in un gran carrozzone come Bookcity?
A proposito di lavoro editoriale, ho sentito pronunciare un paio di volte espressioni come “mappatura della filiera editoriale milanese“, “interesse per i mestieri del libro“, “riportare al centro le persone“, tutte cose che mi hanno fatto pensare che il messaggio fosse positivo anche per noi, persino davanti al palese tabù (inconscio, voluto o imposto da chi caccia il grano) di non usare mai una definizione ben più esaustiva di tanti giri di parole: PRECARIATO EDITORIALE.

E soprattutto invece di negare il problema persino ora che il bubbone è scoppiato non sarebbe meglio essere più onesti, indagare la questione anche nelle grandi vetrine cercando di risolverlo? Sarebbe di certo la via più impervia, ma anche la più sincera per far uscire dai guai un’editoria che guarda sempre meno alle persone e sempre più al marketing.

Ora che centinaia e centinaia di precari editoriali e non solo stanno perdendo il lavoro nel silenzio più assordante, o sono sottoposti al ricatto per non perdere quel poco che hanno, non è giunto il momento di attaccare il marketing con cui si nutre un falso mercato culturale attraverso un marketing vero che metta al centro di nuovo la legalità, il lavoro onesto, il rispetto delle dignità altrui, l’etica e le persone? è davvero un’utopia provare a dire: quella era la situazione ma noi ci impegneremo a cambiarla?

Perché sono le persone a fare i libri, le persone a venderli, le persone a comprarli.
E le persone, tutte, esigono dignità e onestà.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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