Cura e servitù volontaria

La disoccupazione per la sottoscritta, per ora, si è conclusa a fine gennaio.

Numero totale di giorni di “attività non retribuita” una ventina circa. Sentendo le storie di colleghi, più blasonati o meno blasonati, ultimamente, mi sembra già un lusso.

In quei giorni di vuoto lavorativo, oltre a stare con il mio bambino, ammalarmi, cadere dalle scale e riempirmi di lividi, ho: letto, tradotto per i cavoli miei, seminato mandando cv, preparato proposte, preparato intervento per seminario Strade, studiato russo, discusso di fatti sindacali, dialogato con la mia revisora di fiducia sul testo consegnato, valutato copertine, scritto una quarta… Per questo parlo di “attività non retribuita”, perché un traduttore non si ferma mai, e rimane a fare cose, che fa, sempre non retribuite, anche quando è retribuito a cartella (troppo poco) per il libro che sta traducendo.

Nel suo intervento al seminario di Strade, cui ho partecipato anch’io (e parlato come relatore) il 24 gennaio, Ilaria Bussoni, della casa editrice DeriveeApprodi, rappresentante di ODEI, Osservatorio degli Editori Indipendenti, parlava di “cura” dei libri, di come i lavoratori dell’editoria, precari, sottopagati, poco considerati, vadano al di là di tutto questo per l’amore dei libri, che considerano come “bambini da accudire” (non a caso c’è una maggioranza di donne nel settore, ma anche gli uomini, quanto a “cura” non scherzano) e si sottopongano a una “servitù volontaria”.

Soprusi, ricatti, diritti negati, tariffe da fame: l'”operaio dell’editoria” non si ferma mai, porta il libro fino alla pubblicazione, non importa in quali condizioni.

I traduttori, per esempio, vogliono, pretendono di rileggere le bozze, perché temono sempre che qualche “schifezzuola” vi rimanga dentro a proprio nome, stanno ore a disquisire su una parola o su una frase con il revisore (quando hanno la fortuna di poterci dialogare, cosa di questi tempi non così scontata), scrivono le quarte o le bandelle perché, almeno “siamo sicuri di non leggerci inesattezze”, fanno pubblicità al libro, si rendono disponibili a presentazioni e si stupiscono quando l’editore non li coinvolge nemmeno e non comunica loro di recensioni positive o negative. Così partono i tour de force “non retribuiti” per “curare” il libro finché possono.

Una “servitù volontaria” alla quale ci si immola per le stesse ragioni per cui spesso ci si butta in uno dei mestieri dell’editoria pur sapendo di precariato, illegalità, stipendi ridicoli.

E ci si rimane.

Come me, che ormai solo questo so fare, ma che almeno mi interrogo, come molti altri, sui modi per uscirne. Perché uscirne significherebbe far risalire la china all’editoria intera. E farne uscire i colleghi, sia quelli che la pensano come me sia quelli che pur di far parte di questo mondo considerano normale montare in testa agli altri.

E anche questa è servitù volontaria. Alla causa. A una speranza.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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3 risposte a Cura e servitù volontaria

  1. azzurropillin ha detto:

    e poi fai un giro tra i romanzi degli autori autopubblicati che sono in classifica e ti rendi conto che agli autori non importa nulla di quello che viene pubblicato a loro nome, e al lettore neppure, dato che comprano, leggono, recensiscono a cinque stelline e chi se ne frega se la lingua italiana è stata violentata in tutti i modi possibili.
    mi chiedo se siamo strani noi, a dare così tanta importanza a ogni parola, ogni virgola, ogni frase o se sono gli altri i pazzi che non capiscono il valore e il potere di un romanzo ben scritto, ben tradotto, curato.

  2. precariamamma ha detto:

    c’è servitù e servitù. C’è la servitù al padrone (MAI!) e la servitù a una causa: una servi-tu, ma proprio tu!

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