Infatti non è solo la Crisi

Pubblico un commento comparso sulla pagina di FB di uno stimatissimo collega, saggio e lungimirante, all’articolo Cari editori, non può essere sempre colpa della crisi di Simone Cosimini pubblicato su “Wired” e diffusosi in rete a macchia d’olio.
Un articolo che offriva spunti di riflessione sul mondo dell’editoria italiana e dei suoi difetti al di là della crisi, tra i quali un “clamoroso deficit di management” delle case editrici.
Su molte cose Cosimini mi trova d’accordo, tuttavia c’è anche un altro punto di vista di cui tener conto e lo riassume alla perfezione proprio lo stimato “altisonante” (mi si perdonerà una citazione scherzosa diffusasi nell’ambiente della traduzione) Daniele Petruccioli, Segretario nazionale di STRADE (Sindacato Traduttori Editoriali).
Le sue parole:

“Penso che il problema dell’editoria italiana (dal mio punto di vista anche di un sacco di altri settori, ma limitiamoci all’editoria, che è quello in cui lavoro), sia casomai un eccesso di manager. Penso che Einaudi, nel dopoguerra, abbia cambiato la faccia del panorama culturale di questo paese non con dei manager, ma con gente come Cesare Pavese, Italo Calvino e Natalia Ginzburg, che mi sento di dire avessero tutt’altro che una preparazione manageriale (se dovessi spaziare, direi che penso anche che il sistema creato da Adriano Olivetti a Ivrea tanto tempo fa non dovesse le sue radici a una formazione manageriale, ma non voglio uscire dal seminato). E penso che con quella preparazione culturale (e non manageriale), sia stato creato un mercato (se proprio volete chiamarlo così) che in Italia praticamente non esisteva, nonché almeno un paio di generazioni di lettori fortissimi. Penso, quindi, che il problema sia proprio l’opposto da quanto scrive Cosimini. Penso che l’editoria sia in crisi, e in crisi nera, da quando è stata sconsideratamente messa in mano a manager che non leggono, non hanno la minima idea di cosa significhi ampliare la base culturale del pubblico a cui si rivolgono, e non fanno che bruciarne la curiosità e il gusto cavalcando mode basse e passeggere (parlando dal punto di vista culturale) e creando monopoli che servono solo a restringere un mercato (se così lo volete proprio chiamare) che per sua natura ha bisogno di spazio e di diversità non per poter resistere, ma proprio per poter esistere (parlando dal punto di vista manageriale). Penso pessimisticamente che ormai il danno sia talmente grave che ci toccherà aspettare che questi inutili esseri finiscano di smembrare qualcosa di cui non hanno la benché minima contezza, dopodiché, però, penso ottimisticamente anche che nello spazio vuoto che resterà – e che sarà finalmente libero anche da loro – chi ancora ha un’idea di cosa sia lavorare con la cultura potrà ricominciare a costruire di nuovo qualcosa.
Questo penso.”

Come dargli torto?

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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