Dove sta la verità?

Sì, è da un po’ che me lo domando. Per la precisione da quando ho cominciato a entrare nel mondo del lavoro e conosciuto in prima persona la piaga del precariato.
Negli anni in cui studiavo non sentivo altro, da chiunque, in tutte le salse: quanto fosse difficile dopo aver assunto una persona poterla licenziare, qualsiasi contratto abbia, qualsiasi esperienza abbia. Sono passati decenni eppure la solfa è sempre la stessa.

Un mesetto fa sono stata a una delle cene liberatorie che faccio ogni tanto con le amiche più care che ho, delizie del mio cuore, che sono entrate nella mia vita durante gli anni del liceo. Ora abbiamo vite diverse, lavori diversi. Quella con il lavoro più “in vista” sono io: blog, articoli sui giornali, il mio nome stampato sui libri. L’unica rimasta con un lavoro precario, sempre io.

Due, che hanno lasciato subito l’università, sono state le prime ad avere un contratto a tempo indeterminato e non hanno vissuto il precariato, lo conoscono solo attraverso me e le altre. Altre due hanno avuto per molti anni contratti a tempo determinato, interinale, ma poi ce l’hanno fatta, sono state assunte. Nessuna che lavori in editoria, ovvio.
Ora da tutte e quattro sento di nuovo quella solfa: quanto è difficile buttar fuori uno che a lavoro si comporta male, non fa un cavolo dalla mattina alla sera, combina guai.

“Quando ti lamenti con qualche superiore perché la situazione è insostenibile, ti rispondono sempre che è complicato, i datori di lavoro non vogliono mai imbarcarsi in una causa, perché le perdono sempre, anche se hanno davanti un fancazzista” dice P. Le altre la pensano come lei: fioccano esempi di fancazzisti in tutti gli uffici, in tutti i negozi, spuntano fancazzisti in tutti gli angoli. Ed esempi di discorsi identici di sindacalisti, superiori, datori di lavoro. Io le ascolto e penso: “Ah, sì? O è quello che vogliono farci credere?”.

Così ripenso alle esperienze che ho avuto io in questi ben oltre dieci anni di precariato editoriale.
Tanti finti cocopro inchiodati alle scrivanie come se timbrassero il cartellino, tante partite iva monomandatarie inchiodate alle scrivanie adiacenti, lavoro a cottimo mascherato da collaborazione continuativa, tanti contratti mai rispettati, tirati per le lunghe. Tante persone lasciate a casa per il solo motivo che non servivano più e costava meno qualcun altro. Sogni inchiodati. Vite inchiodate.
E mai, mai una sola volta posso dire di aver visto un collega precario da poter definire “fancazzista”. Però se quelli chiedono lumi ai loro superiori, ai colleghi, ai sindacati (ai datori di lavoro, no, non si azzarderebbero) tutti immancabilmente rispondono che non è il caso di imbarcarsi in una causa, se lo vuoi fare a tuo rischio e pericolo, perché non si vince mai, vincono sempre i datori di lavoro, perché anche se la spunti poi ti fanno mobbing. E la voce si sparge, nessuno ha il coraggio, si raccontano casi mai visti di disfatte inaudite per il lavoratore.

E a questo punto io mi domando: dove sta la verità?

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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5 risposte a Dove sta la verità?

  1. vasettodipandora ha detto:

    Non lo so, ma, tanto per cambiare, credo che la realtà sia complessa. Qui licenziare qualcuno è più facile (bastano due notifiche per “faute grave”, che deve essere grave davvero), ma succede molto più spesso, perché conviene a entrambe le parti, che lavoratore e datore di lavoro si mettano d’accordo per un C4, ovvero il lavoratore dice di andarsene e prende l’assegno di disoccupazione – che comunque ammonta all’80% dello stipendio, di base molto più alto che in Italia. In fondo, è una situazione win-win: il lavoratore non ha la “fedina professionale” sporca e, con l’assegno, erogato da subito, ha tutto il tempo di cercare un altro lavoro, senza doversi imbarcare in cause, mentre il datore di lavoro non ha bisogno di fare la voce grossa, può licenziare una persona che non lavora bene, ma il suo potere ricattatorio è molto minore, perché, male che vada, il lavoratore fa causa e spesso vince.
    Dall’altro lato, è vero anche che in Italia molto spesso, ultimamente, i sindacati hanno intrapreso lotte per cause sbagliate: quante volte ho visto impiegati che un’azienda avrebbe dovuto licenziare su due piedi e che, invece, erano inamovibili semplicemente perché avevano un contratto a tempo indeterminato… E tutto questo mentre i precari, spesso più bravi di loro, restavano, appunto, precari.
    Il problema, secondo me, sta nella mancanza di ammortizzatori sociali: è come guardare il dito (il posto di lavoro), a cui si rimane tenacemente e ferocemente aggrappati, e perdere di vista la luna (la possibilità di condurre una vita dignitosa anche se a periodi si resta senza lavoro). Mi sembra difficile che i sindacati possano capire una cosa del genere.
    Tutto questo, ovviamente, al di là della discussione sull’abolizione dell’articolo 18, che personalmente trovo una boiata pazzesca (la discussione, non l’articolo).

  2. Post ben scritto (mi riferisco p.es. ai sublimi «Sogni inchiodati. Vite inchiodate.») ma anche ricco di sostanza! Non saprei dare risposte generali (generiche?), ma vorrei riportare un’esperienza personale. A dicembre 2012 il presidente della casa editrice (abbastanza di sinistra, almeno a parole…) nella quale ho lavorato a vario titolo per quasi vent’anni (seppur non ininterrottamente) mi comunica che non sarà rinnovato il mio contratto (ho partita Iva). Dopo qualche perplessità, avvio la vertenza e come me altre 3 persone (tutte donne) che si sono trovate in situazioni praticamente analoghe (non entro nei dettagli). Non me la sono sentita di immolarmi come eroe supremo per una causa (lato sensu, non giudirico) incerta, soprattutto in considerazione dello stato della giustizia italiana (e non sono ancora riuscito a trovare le parole adatte per parlarne sul mio blog).
    Beh, comunque patteggiando una soluzione compromissoria già nelle fasi iniziali del procedimento abbiamo tutti ottenuto dei soldi, che messi assieme probabilmente sono ben più di quelli che l’azienda diceva di voler risparmiare negandoci un nuovo contratto (nel mio caso erano collaborazioni annuali). A mio avviso si tratta di (grave) miopia da parte dei dirigenti. E dall’altro lato, per me significa anche che VALE LA PENA fare causa, ribellarsi a un sopruso – anche se poi quello che arriva in tasca non è MAI quello che gli avvocati ti prospettano all’inizio (talvolta forse in malafede, per procacciarsi un cliente). Ma questo basta saperlo prima, conviene comunque non lasciar passare questi comportamenti.
    😉

  3. denisocka ha detto:

    Grazie Alessandro, per le tue parole e per aver raccontato qui cosa avete fatto. Capisco che tu non abbia voluto “immolarti alla causa”, ed è giusto così, perché sarebbero i grandi numeri, i lavoratori uniti e non il “singolo eroe” a far cambiare davvero le cose. Quindi in quei casi ogni scelta è legittima e va rispettata. Non posso che essere felice di quel primo passo, di quel desiderio di rivalsa che molti hanno e che porta fino a una buona fuoriuscita, un patteggiamento. Non si conserva il posto di lavoro, ma spesso è un posto di lavoro che si è già perso. Più saranno le persone con le giuste carte che si faranno rispettare, più si sentiranno meno liberi di fare e disfare a loro piacimento. Di storie di patteggiamenti, in privato ne ho sentite tante. Per alcuni ha significato avere un po’ di tregua mentre si mettevano in cerca di altro, dentro o fuori dall’editoria. Ancora grazie.

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