Dove finisce l’etica

Molti di noi ormai comprano prodotti biologici, equosolidali, non testati sugli animali.

Ecco, io vorrei poter fare la stessa cosa in editoria. Mi piacerebbe poter comprare solo quei libri pubblicati da editori che operano nella piena legalità, nel rispetto dei lavoratori.

Anzi, vorrei di più: poter scegliere di lavorare solo per editori etici.

Ma in questa editoria italiana è possibile?

Bene, partiamo da chi non paga i traduttori, i collaboratori esterni, gli autori, gli agenti: magari pagano me, ma scopro che non pagano altri colleghi. Per solidarietà dovrei eliminarne un sacco: via A, via B, via C, via D.

Ce ne sono di grandi, medio grandi e piccole. Cause infinite per farsi pagare.

Ne sono rimaste molte: E, F, G, H, I pagano con regolarità i traduttori, ma scopro che si dimenticano di versare i contributi ai lavoratori interni. Quindi, pagano me e la categoria dei traduttori, ma poi la coperta torna corta all’Inps. Via E, F, G, H, I.

Restano L, M, N, O, P: pagano i collaboratori esterni senza problemi, i contributi degli interni sono a posto, ma sono editori a pagamento che spillano soldi per fare gli stampatori. Via L, M, N, O, P.

Poi ci sono Q, R, S, T: non sono editori a pagamento, pagano i collaboratori esterni, all’Inps versano il dovuto, ma poi si inventano corsi per invogliare sempre più gente a lavorare in un settore che precarizza e con quei soldi restano in piedi. Via Q, R, S, T.

Mi restano U, V, Z, le grandi, le belle U, V, Z. Dove tutti vorrebbero lavorare, per le quali tutti vorrebbero tradurre, revisionare, illustrare. Ma se apri gli occhi un secondo, ti rendi conto che anche loro, come A, B, C, D, F, G, H, I, L, M, N, O, P, Q, R, S, T precarizzano schiere di lavoratori, li obbligano da subito all’apertura della p. iva monomandataria, hanno svuotato le redazioni, operano più sull’onda del marketing che della cultura. E se fai causa ti fanno tabula rasa intorno e tanti saluti a tutti.

Dove comincia l’etica, e dove finisce?

Per chi vuol lavorare in modo etico in editoria, quale strada rimane?

Esistono qui, da noi, K, J, Y, W, case editrici di cui essere orgogliosi in tutto? Me lo domando ormai da troppo tempo… Magari esistono e io non lo so, non le conosco abbastanza. O forse hanno già chiuso.

N. B.: la descrizione delle nefandezze è puramente casuale, ogni scorrettezza e illegalità si può mescolare e aggiungere alle altre a piacere, senza ledere chicchessia. Tanto se vuoi lavorare, un occhio qui oppure lì, lo devi chiudere per forza.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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12 risposte a Dove finisce l’etica

  1. Enzo Valentini ha detto:

    Non parlando del sottoscritto, esistono in Italia piccole realtà serie e corrette (verso tutti), ma sono talmente piccole che bisogna cercarle con il lanternino. E sono quelle che, con grandissimi sacrifici, al limite della sopravvivenza, realizzano piccoli gioielli editoriali.
    Bisognerebbe, se mai fosse possibile, censire queste case editrici e chiedere per loro lo stato di “razza in estinzione”, come il panda.

    • denisocka ha detto:

      Enzo, ciao, felice del tuo commento, anche perché mi leggete in molti ma interagite poco, mentre soprattutto su questo tema mi piacerebbe uno scambio di opinioni sincere. Il post nasceva un po’ sull’onda di una giornata in cui mi erano giunte in contemporanea una serie di rivelazioni su CE “insospettabili” e la pressante, e certo giusta, incitazione da parte dei colleghi ad altri colleghi a prendere posizioni nette verso alcune CE che non pagano i traduttori. Le due cose messe assieme mi hanno fatto scrivere questa lista nera un po’ iperbolica, ma purtroppo non così lontana dalla realtà. Volevo invitare a riflettere me stessa e gli altri sulle troppe cose su cui tutti chiudiamo gli occhi in editoria, pur infervorandoci su altre.
      Tornando a quello che dicevi tu, sono anni che vorrei scoprire questi panda, ma come farlo? Di certo chi fa cosucce non proprio legalmente o eticamente corrette lo sbandiera ai quattro venti. Girano le voci, le cose si scoprono, ma per la famosa legge sulla diffamazione non si possono dire apertamente. Io avrei tanto voluto, per esempio, essendo il tema che più ho a cuore, un bollino 100% no precariato, da attaccare sui libri. Un sogno, ormai, di questi tempi.

      • Enzo Valentini ha detto:

        Io credo che la fonte migliore, per decidere dell’etica di una CE, è proprio chi, con quella CE, ha rapporti, di qualsiasi genere: come dipendente, collaboratore esterno, fornitore… e lettore, perché no. In base alle risposte si può decidere la percentuale di etica di una CE.
        Ipotizzerei un questionario, con un punteggio per domanda, da far compilare a tutti i componenti della “filiera” di una CE: il punteggio totale darà il valore etico della CE. Non è un concorso a premi, non si vince nulla, o meglio si vince la credibilità (totale o parziale) di un’azienda. Potresti iniziare tu a fare una lista dei “più bravi”, invece di mettere alla berlina “i cattivi”.
        Rovesciamo il senso dell’articolo, parliamo di chi lavora bene.

      • denisocka ha detto:

        Mi piacerebbe molto poter parlare di chi lavora bene. Ho citato spesso e volentieri qui e in altri contesti, Charta, che ha chiuso pochi mesi fa, stremata dal suo modo ligio di lavorare, perché il suo titolare si è esposto pubblicamente più e più volte denunciando la concorrenza sleale di tutte quegli editori, grandi e piccoli, che limavano un po’ (o molto) sulle regole per abbattere i costi. Riguardo a quello che potrei fare io, Enzo, mi dai più potere di quel che ho. Come potrei raggiungere io la filiera editoriale delle varie CE? Ed è mio compito, forse? ha già faticato molto la Cgil/Ires ad avere dati con questionari anonimi per la ricerca di Editoria Invisibile… Credimi, non sono notizie facili da scoprire.

      • denisocka ha detto:

        E aggiungo: già la sola presenza di questi tuoi commenti mi fa ben pensare che ci siano davvero piccole realtà volenterose che non derogano alla loro missione culturale e che cercano di operare nel migliore dei modi.

  2. Alessandro C. ha detto:

    Mi chiedo, e ti chiedo, se in questo caso il senso etico non debba partire dai dipendenti non pagati. Fino a quando ci sarà gente disposta a collaborare con case editrici gratuitamente o “guadagnando” il 30% di ciò che gli spetterebbe per il proprio operato, i professionisti seri si troveranno sempre di fronte porte chiuse.

    • denisocka ha detto:

      Be’, certo, anche questo. Cercare di alzare la testa il più possibile deve venire anche da noi. E da chi lavora da tutelato all’interno delle case editrici (anche in questo caso ormai di panda si tratta). Tanti, troppi occhi sono stati chiusi da parte nostra, come da parte dei colleghi ormai abituati all’esistenza di dipendenti di serie A e di dipendenti di serie B. Nel nostro caso in nome sempre della stessa cosa: prestigio effimero di lavorare in questo ambiente vs dignità; nel loro, quello dei tutelati, cosa? Tranquillità, impossibilità di ribellarsi? O mancanza di empatia? Ma di questo ho parlato tanto, forse ormai troppo. 🙂

  3. Enzo Valentini ha detto:

    Lo so che tu non hai la bacchetta magica e che qualsiasi consultazione, questionario, indagine, saranno per forza di cose in completi. La mia era un’idea, di quelle che si lanciano là, senza sapere da chi verranno raccolte.
    Però, senza stare a fare liste (nel bene e nel male), parliamo di realtà serie; ad esempio, una CE ti ha pagato (e anche puntualmente)? Facciamolo sapere. Una CE paga tutti i suoi fornitori a 30, massimo 60 giorni? Facciamolo sapere.
    Credo (nonostante la veneranda età sono ancora un inguaribile sognatore) in una inversione di tendenza, nel senso che la consapevolezza di un ambiente lavorativo in cui ci sia gente seria possa aiutare a migliorare l’ambiente stesso. Parlando sempre dei cattivi, questi si moltiplicano ogni volta che ne parliamo, focalizziamo invece l’attenzione sulle CE serie ed etiche, facciamole diventare la normalità, facciamo diventare le altre una “razza in estinzione” (ma senza un WWF che la protegga).

    • denisocka ha detto:

      sì, sostengono in diverse persone che il circolo “virtuoso” potrebbe allargarsi. Ma se poi quella CE che io definisco “buona” paga me ma non paga altri? Io che ne so? E se poi paga i fornitori esterni ma gli interni son tutti precari? Di nuovo, io che ne posso sapere? O magari lo so pure, ma a quel punto mi passa la voglia di definirla “buona”. è un argomento molto complesso. Eticamente molto complesso. Era da questi ragionamenti che nasceva il post, appunto.

  4. Enzo Valentini ha detto:

    Errata: “in completi” – Corrige: “incompleti”

  5. Enzo Valentini ha detto:

    Hai ragione, è una faccenda complessa e non saremo certo noi risanare il mondo dell’editoria (ma solo perché non abbiamo gli strumenti adatti e non perché ci manchi la volontà).
    Però è un peccato non poter far nulla o quasi…

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