Una virtù che è un dovere

Non volevo scrivere niente su questo argomento. O meglio volevo magari farlo dopo averci riflettuto bene.
Stamattina, però, dopo aver visto un articolo in proposito mi son tremate le ginocchia dalla rabbia, come mi capita tutte le volte che dopo tanto lavoro, tanto rischio, tanta fatica per squarciare il velo dorato di questa editoria falsa, vedo colleghi redattori precari che si affrettano a ricucirlo con leggiadria e post alla “siamo tutti una grande famiglia, volemose’ beene”.

Non è questo il caso diretto, nel senso che sono convinta, anzi straconvinta, che alla base dell’iniziativa di cui vi sto per parlare ci sia grandissima buonafede. Tuttavia, qualche pasticcio lo ha già causato.

Su iniziativa di quattro colleghe traduttrici, in questi giorni è stato aperto un blog intitolato “Editori che pagano”, cui hanno aderito molti altri traduttori.
In pratica vengono segnalate in vari modi quelle case editrici che hanno rispettato il contratto stipulato con i traduttori o gli autori che “testimoniano” (per ora mi sembra siano solo queste due categorie).
I non addetti ai lavori si domanderanno: “Ma ce n’era bisogno?”. In realtà, più che bisogno, si è cercato un modo per dire “Se devo sottolineare che c’è qualcuno che mi ha pagato, evidentemente qualcun altro non l’ha fatto”. E questo fa capire che in editoria non è proprio la norma rispettare i contratti e pagare una prestazione per cui si sono presi accordi. E a livello legale non facilissimo denunciare chi non ti paga senza affrontare spese di avvocati. E fin qui tutto bene.

Il problema vero sorge però nel momento stesso in cui si fa pubblicità positiva a un editore per una “virtù” che in realtà è semplicemente un dovere e si innesca un meccanismo nella mente di chi legge che fa apparire quella determinata casa editrice “etica” in tutto, non solo nel pagamento per quella determinata prestazione a quel determinato collaboratore.

Prova, questo articolo uscito oggi: “Il sito che ti dice chi ti paga per lavorare”
Contiene una serie di imprecisioni spaventose che creano ancor più confusione proprio in quella direzione che tanto temo: dare lustro a chi non sempre se lo merita.
Due frasi in particolare mi han fatto saltare dalla sedia:
“… soldi dagli editori per il proprio lavoro di redazione” e “Dedicato a tutti i professionisti dell’editoria che vogliono sapere chi onora i contratti“.
Ecco il velo dorato che si ricuce, come ho detto spesso, con tanto di perline. E la perlina più luminosa, in alto, subito sopra l’articolo: la pubblicità di un master in editoria. Ohibò!

Primo, nel blog delle colleghe si parla di traduzione non di lavoro di redazione, anche se ormai, con l’apertura delle partite iva obbligate, negli stessi guai in cui sono stati per anni, e ancora sono, i traduttori (lavorare per non vedersi corrispondere il compenso pattuito) ora stanno finendo schiere di redattori, grafici, editor, impaginatori, prima precari, ora freelance-non-per-scelta.

Secondo, “chi onora i contratti” è generico, e state certi che fra quelle stesse case editrici nominate qualcuna, ma anche più di una, ha costretto i propri redattori a contratti di finti cocopro e finte partite iva per anni, quindi i contratti non li ha onorati affatto.

E poi, anche riguardo solo al vero lavoro freelance, siamo sicuri che le case editrici nominate avranno riservato lo stesso trattamento a tutti i traduttori? O solo ai più blasonati, meglio introdotti, più rompiscatole? E gli altri collaboratori o fornitori?

Ripeto, credo nella buona fede di chi ha aperto il blog e dei colleghi che vi hanno aderito, stremati ormai da una situazione di insicurezza e illegalità insostenibili, ma temo anche che le ripercussioni possano essere negative se non per loro, per altri lavoratori della filiera editoriale.

A onor del vero, poi, aggiungo anche questo: nel “Chi siamo” del blog c’è anche questa frase “un editore che paga puntualmente non è virtuoso, fa solo il suo dovere”, inserita dopo giusta riflessione alle forti critiche mosse da questo articolo di Bibliocartina.

In una cosa è riuscita però molto bene quel blog: far discutere sull’argomento.
Poi, se riuscirà davvero, affinando lo strumento e rendendolo più chiaro, a innescare un circolo “virtuoso” (stavolta l’aggettivo è giusto), non potrò che esserne felice.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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3 risposte a Una virtù che è un dovere

  1. Bia ha detto:

    Spero che aprirà presto il blog “editori che non pagano”, anche se come giustamente viene ribadito, ha presupposti ben più complicati. Ma sarebbe davvero una bomba. E così si potrebbero magari ritrovare nomi noti…

  2. Marina ha detto:

    Ciao Denise, forse ti ricordi di me, non mi paleso molto ma ti leggo sempre. Volevo solo dirti che ti ho nominata per il Liebster award: http://sonnenbarke.wordpress.com/2014/02/09/liebster-award/. Non importa se parteciperai o meno, era solo un modo per dirti che il tuo blog mi piace molto e apprezzo tanto quello che scrivi e come lo fai. Sei una delle mie preferite in assoluto 🙂

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