La pillola blu

Pochi giorni fa hanno ridato Matrix alla tv.
Era pieno pomeriggio, avevo milioni di cose da fare: il pupetto che scalpitava perché era l’ora della nanna, la casa sottosopra, le pagine da tradurre che mi chiamavano a gran voce ricordandomi che se non mi ci fossi buttata gradatamente poi avrei dovuto restare su di notte, come mi sta capitando ormai da mesi (anni?).

Eppure ero come stregata. Il film era appena iniziato e volevo a tutti costi rivedere almeno quella scena, quando il protagonista sceglie di prendere la pillola rossa per vedere la realtà, rifiutando la blu, che lo riporterebbe a dimenticare tutto e tornare nel mondo fasullo che lo schiavizza.

Mi è tornata in mente alcuni mesi fa, quando una collega, dopo anni di precariato, nel pieno dello stravolgimento che hanno subito le case editrici milanesi che dai finti contratti cocopro sono passate a imporre l’apertura della partita iva, ha perso il lavoro… o meglio, ha deciso di non cedere al ricatto della partita iva, e con le giuste carte in mano ha deciso di fare causa. Per riavere indietro, almeno in parte, gli anni rubati.

Mi ha detto: “Hai presente Matrix? Dopo anni di pillola blu, ho scelto quella rossa e ora mi sento bene come non mai“.

Io ho scelto di prendere la pillola rossa molti anni fa, raccontando tutto il possibile del precariato editoriale, nella speranza che altri facessero lo stesso, o si ribellassero a proprio modo, e tutti insieme potessimo costruire un’editoria italiana più bella del mostro in cui si è trasformata oggi.
Ma continuo a vedere intorno me troppe persone che, nonostante i gravi fatti accaduti ultimamente, nonostante abbiano pagato sulla loro pelle le scelte scellerate di altri e dato fiducia a chi non se lo meritava, scelgono sempre e comunque la pillola blu, giorno dopo giorno, sperando che restando dalla parte dei più forti, una fetta della torta prima o poi arrivi anche a loro.
Tutto pur di essere parte di un mondo dorato, quello dell’editoria, che si è incancrenito, dove non c’è più etica, non c’è più solidarietà, e nemmeno cultura.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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