Empatia in salse varie

Torno a scrivere sul blog dopo parecchio tempo.

Avevo perso un po’ di entusiasmo all’indomani della deriva “partita iva” dell’editoria italiana, con tutte le difficoltà che si è portata dietro per noi precari editoriali. E per me, che mi ritrovo ora, dopo tanti anni di esperienza, con un equilibrio lavorativo molto instabile. Quali speranze ci restano di trovare stabilità? Che strade intraprendere per salvare il salvabile?

Rifletto, rifletto, e torno con un post pochi giorni dopo il rientro a casa dalle vacanze. Vacanze brevi le mie, quest’anno.

Sono stata con marito e pupetto nelle Marche. Una regione che conosco per ragioni familiari. L’ultimo giorno di questa nostra unica settimana di mare, siamo andati a trovare una parente alla lontana che lavora in una piccola radio di Marotta (PU), New Radio Star, un’emittente radiofonica longeva come non mai, visto che la ricordo dai tempi delle vacanze della mia infanzia in quelle zone.

Oretta, in arte Laura, ci ha accolti con un sorriso solare e ospitati nella sua radio: ha fatto parlare in diretta la mia nipotina e la sua amichetta di campeggio, è stata ospitale come solo le persone aperte e dal cuore nobile sanno essere.

Nelle chiacchiere tra un brano e l’altro si è anche parlato del suo mestiere, la conduttrice radiofonica, di come ci sia arrivata per caso molti anni fa. Oretta ci faceva notare anche come nelle radio nazionali si sentano sempre le voci di conduttori storici e di grande esperienza, ma manchi un po’ di ricambio generazionale, e si domandava perché, se quel suo mestiere da lei tanto amato non fosse più di grande attrattiva per i giovani.

Mi sono permessa di raccontarle, sempre a microfono spento, le cose che sapevo sul precariato nelle radio, accennando solo all’argomento, perché da qualche tempo ormai ho cominciato a sentire intorno a me, dalle persone più care, una sorta di gelo ogni volta che sfioro la questione, come se gli altri pensino che io muoia dalla voglia di girare e rigirare il dito nella mia piaga, di parlarne in tutte le salse… e di tediare il prossimo sulla questione dei precari, quando ci sono tanti altri mali in questa nostra Italia da sanare.

Sì, del precariato in ambito culturale se n’è parlato, finalmente, benché non ancora a sufficienza, ma se n’è parlato. E io ne parlo anche troppo. Lo ammetto.

C’è una domanda che però mi martella in testa: possibile che dopo tutti questi anni io fatichi ancora  a trovare un vero sostegno dalle persone che di precariato ne sanno poco o niente, o che ne sono state solo sfiorate senza averne dirette conseguenze? è davvero indispensabile subire un danno diretto dalle cose per decidersi a esprimere un po’ di vera solidarietà umana?

è la sola conoscenza diretta delle esperienze a stimolare l’empatia? Si nasce empatici o è una cosa che si può insegnare a essere?

Mi sono domandata la stessa cosa una volta, parlando di omosessualità con una persona a me molto molto cara: discutevamo di diritti, e su quelli che per me erano palesi, come il diritto per una coppia gay di adottare un bambino, lei ancora si lambiccava, riflettendo sulla questione del bisogno di un minore di avere figure genitoriali sia maschili sia femminili. Poi, a domanda diretta, ho scoperto che nella vita non aveva mai avuto un caro amico/una cara amica omosessuale, mentre io, se dovessi mettermi a contarli, non mi basterebbero le dita di due mani, forse in aggiunta nemmeno quelle dei piedi.

La conoscenza diretta, lo scambio, il racconto di umane difficoltà da chi le ha vissute non dovrebbero aiutare a mettersi nei panni degli altri? E a rendersi conto che i diritti sono diritti, i soprusi tali sempre, anche se  ci appaiono piccoli?

E i soprusi ti segnano anche se li racconti in tutte le salse.

Annunci

Informazioni su denisocka

La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Empatia in salse varie

  1. bia ha detto:

    Mi pongo le stesse domande e no, l’empatia forse non si può insegnare, ma si potrebbe insegnare ad aprire la mente e quindi ad aprirsi all'”altro”, sarebbe già un buon inizio in diverse situazioni. (Per inciso, anche io parlo troppo di precariato e ultimamente mi autocensuro!!)

  2. denisocka ha detto:

    Ciao Bia, grazie del commento.
    Ho iniziato a dubitare delle mie capacità comunicative quando una collega precaria, qualche anno fa, mi ha confessato che per lei ero “respingente” perché le ricordavo una situazione che la faceva soffrire. Preferiva non pensarci e andare avanti sperando in qualcosa di meglio che prima o poi le sarebbe arrivato. Quel meglio da qualche tempo le è arrivato, e sono felice per lei, ma in me ha fatto sorgere altri dubbi sul senso che ha avuto questo mio immolarmi alla causa. Solo il tempo saprà darmi una risposta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...