Lettera a una rotondità

Parlando con chi di precariato editoriale sapeva poco e niente, fra le cose su cui una collega-amica puntava sempre c’era una questione che la spaventava moltissimo: ogni volta che una sua collega restava incinta, e andava in quella “pseudo-maternità” che la nostra Italia, dimenticandosi della Costituzione, ci concede al posto di quella cui avremmo diritto come tutte le altre, non tornava mai al suo posto di lavoro, nella stessa posizione di prima, nel migliore dei casi, o di lei si perdevano le tracce, nel peggiore.

Era come se l’evento che per molte donne rappresenta il più importante della vita le disintegrasse lavorativamente parlando. Vuoi andare avanti con la tua vita sfidando il precariato? Bene, d’accordo, ora paga il conto.

Io, invece, vedevo tornare in redazione quelle poche che decidevano/ cui capitava di avere un figlio. La mia esperienza diretta non era così nefasta: a parte la sottoscritta, le colleghe-panzute tornavano in piena difficoltà nella posizione complicata di prima, affrontando ogni sorta di problema per farsi pagare dalla gestione separata dell’Inps quella miseria cui avevano diritto. Ma tornavano.

Quelle poche, appunto, perché se mi guardo intorno vedo un numero sempre maggiore di colleghe che a quel passo rinunciano. Tante, troppe, in proporzione. Manca loro il coraggio, rimandano. E le capisco.

Per questo, quando questa amica-collega pochi giorni fa ci ha confessato, felicemente, di essere incinta, la prima reazione fra noi è stata: “Ma ho capito bene? No, devo aver sentito male?”.

La reazione era di stupore, uno stupore quasi spaventato. Come era accaduto al mio annuncio, ormai più di due anni fa.

Ecco, non dovremmo essere così stupiti. Ci siamo ridotti a vedere una collega precaria trentenne in attesa come un’eccezione, la rappresentazione del coraggio allo stato puro, dello sprezzo del pericolo.

No, non va bene. Non va bene affatto.

Voglio solo essere felice per lei. E basta.

Così ti dico, mia carissima amica-panzuta, che in questi anni ho imparato ad amare come una sorella, questo post è per te, per tutto il coraggio e l’entusiasmo che hai dimostrato in questi anni, e che in effetti continui a dimostrare.

Ho sempre detto che volevo spezzare quest’omertà sul precariato editoriale per i miei figli, più che per me stessa. Quando è nato Mathias, avevo davanti agli occhi la persona per cui continuare.

Ora tu sai che quanto hai fatto lo hai fatto anche per lei. Per la piccina che ti sta crescendo dentro.  

Stanne certa: sarà orgogliosa di te, un giorno.

Come lo siamo noi ora di te.

Annunci

Informazioni su denisocka

La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Lettera a una rotondità

  1. Precariamamma ha detto:

    hai toccato proprio il punto più dolente di tutta questa baraonda della precarietà… Ma è una cosa talmente bella nella vita, di una donna ma anche della persona che ha accanto! Gioia 🙂

  2. zimou ha detto:

    bevendo ormai l’unico caffè del mattino, una mano sul pancino, ti penso e anch’io sono orgogliosa di te :-*

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...