La disperazione rende miopi

Sabato sera. Il piccolo dorme. Dovrei mettermi a lavorare perché ho un librone di 550 pagine da revisionare e la consegna si avvicina implacabile. Eppure me ne sto qui davanti al Mac, non apro le mie pagine: so che devo scrivere una cosa sul blog e non trovo le parole.
Ecco, vi racconterò una favola.

C’era una volta un gruppo di persone che camminava per gli stessi corridoi di una reggia. Queste persone si sedevano a postazioni fisse o condivise, parlavano con autori, compravano e vendevano diritti, creavano immagini, impaginavano, coordinavano altri collaboratori, dirigevano collane, ma firmavano contratti che non corrispondevano alla realtà. Lavoravano dietro le quinte in ufficio, o a casa, permettendo ai libri di uscire.
In quei corridoi, seduti a quelle postazioni, fingevano di essere come gli altri, sapendo di valere quanto chi aveva avuto la fortuna di non rimanere impantanato nel limbo, perché arrivato in tempi non così palesemente spudorati. Per anni non permisero nemmeno a se stessi di definirsi precari: avevano un posticino caldo, un lavoretto dietro l’altro, piccole e grandi soddisfazioni che impedivano loro di spingersi oltre, di cercare di scoprire se anche il vicino di scrivania era precario, e il vicino del vicino. E il collaboratore che chiamavano per lavori volanti
C’era chi li invitava a volere di più, ma se ne disinteressavano: c’era sempre qualcosa di più importante da fare.

Poi un giorno arrivò la crisi, ma finché le cose reggevano nulla cambiò, c’era in più forse solo il fastidio di dire agli altri che il lavoro era diminuito.

Poi arrivò l’ennesima legge scellerata e cominciarono a girare voci che i contratti che si accettavano già a fatica non venivano rinnovati, che chi andava a lavorare in quei corridoi sarebbe stato costretto a fare le stesse cose da casa, ma con una p.iva, con più oneri e ancor meno diritti, oppure a farsi assumere da un’agenzia interinale per restare allo stesso posto, mentre chi lavorava già in parte da casa DOVEVA diventare il capo di se stesso. Una grande opportunità per tutti. Pena, l’esclusione dalla reggia.
L’esternalizzazione forzata era cominciata. La legge scellerata, solo una scusa per cogliere al volo il desiderio covato da anni di smantellare un comparto INUTILE. Perché il libro è un oggetto, e chi lo fa è un’INUTILE zavorra.

I precari cominciarono a riunirsi ma la paura era tanta. Non si fidavano gli uni degli altri: io ho più possibilità di te di salvarmi, no, chiedere quello è troppo, non prendiamo le cose troppo di petto… e intanto dimenticavano che per anni la loro dignità era stata calpestata. E perdevano tempo. Alcuni perdevano anche il lavoro.
Cercarono aiuto da una parte e incontrarono chi gli propose una via difficile ma giusta ma, temendo di rischiare troppo, si spaventarono. Poi un’altra persona, un idiota, che sminuiva la situazione e proponeva la resa come se non ci fosse niente di male, mentre avrebbe dovuto spronarli.

Infine, chiesero consiglio a un principe, dimenticandosi che i principi, volontariamente o involontariamente, fanno spesso l’interesse dei principi, non della gente comune, e quello propose loro una via senza spiegare bene che cosa significava, che avrebbe segnato un precedente senza ritorno nefasto anche per tutti gli altri precari editoriali.
Alcuni lo capirono da soli, ma si turarono il naso perché sembrava sempre meglio del niente, e di quella disperazione che li spaventava a morte. Così, per quel meglio cominciarono a sacrificare lungo la strada chi “non era alla loro stessa altezza”. Ma erano felici, e anche orgogliosi, perché finalmente dopo anni di omertà si parlava anche di loro. E si parlavano fra loro. E sembrava bastare.

Ma basta davvero, colleghi, vi basta sul serio per dimenticare il passato, per mettere da parte la solidarietà affidarvi a chi è pronto a farvi comunque restare di nuovo un passo indietro agli altri, con l’aspirazione di tirare indietro il mondo intero accanto a voi, invece che voi al livello di chi ha un rapporto lavorativo con le giuste tutele?

Non avete già sopportato abbastanza?
Non so, forse non è troppo tardi per cambiare idea e aspirare al meglio.
Per voi. Per tutti.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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6 risposte a La disperazione rende miopi

  1. leggo dei pensieri che girano anche nella mia testa, ma non sono ancora riuscito a esprimere. Grazie di averlo fatto anche per me, per noi , per tutti.

  2. FERRARI Monica ha detto:

    Che dire: hai espresso la mia vita da 10 anni a questa parte… Io che ero assunta in un’azienda ho preferito la via difficile, ma anni fa più ricca di soddisfazioni e ore mi trovo con un pugno di mosche in mano e la professionalità calpestata e dimenticata…

  3. cartaresistente ha detto:

    Conosco la favola… e tanti che l’hanno abbandonata…

    • denisocka ha detto:

      @cartaresistente: spero si sia capito dal post che non ne faccio totalmente una colpa ai colleghi che hanno sposato quella linea, la situazione è di estrema gravità, è normale che fra zero e uno, uno risulti sempre più allettante. Vorrei solo che tutti insieme aspirassimo a molto di più, che trovassimo la forza di una maggiore coesione. La guerra fra poveri non è proprio nelle mie corde.

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