Prima precari, ora precari ed esterni

Si sente dire spesso e volentieri che una crisi, se sfruttata a dovere, può rappresentare un momento importante, un punto di svolta, da rigirare a proprio a favore.
Per ripartire, creare nuova linfa vitale.
Per distruggere e ricostruire.

Be’, in editoria questa crisi qualcuno la sta cavalcando, ma solo per distruggere.
Non costruirà niente.
Lo scopo è di portare alle estreme conseguenze l’esternalizzazione dei lavoratori del libro.

Esternalizzare significa che la maggior parte delle figure indispensabili per la creazione del prodotto libro sono esterne alla casa editrice: in pratica la CE ci mette il marchio, ma i libri li sceglie qualcun altro (l’editor, esterno), li compra qualcun altro (l’addetto dell’ufficio diritti, esterno), li scrive o li traduce qualcun altro (l’autore o il traduttore, esterni, e questi lo sono già da tempo), li corregge qualcun altro (il revisore e il correttore di bozze, esterni), li impagina qualcun altro (l’impaginatore, esterno, a volte talmente esterno da trovarsi in India o in Cina), crea copertina, immagini, grafica qualcun altro (il grafico, esterno), li promuove qualcun altro (l’addetto dell’ufficio stampa, esterno), li trasforma in e-book qualcun altro (il redattore e il tecnico e-book, esterni), li licenzia qualcun altro (il responsabile della programmazione, esterno)…
Sicuramente avrò saltato qualcuno, ma state pur certi che lo vogliono esterno.

Liberarsi del fardello dei lavoratori del libro è una missione cui aspirano da tempo, alcuni perché assolutamente ignari della reale importanza di queste figure che considerano solo “bassa manovalanza intellettuale facilmente manipolabile“, altri perché costretti dal grande gruppo editoriale che segna il cammino di tutti, abbattendo fino a tal punto i costi della forza lavoro da creare concorrenza sleale.

Sì, siamo considerati bassa manovalanza intellettuale facilmente manipolabile.
è inutile negarlo. Inutile fingere che sia una nostra scelta.
E siamo facilmente manipolabili perché alla ricerca costante di un sogno.
Facilmente manipolabili perché non vogliamo riconoscere un ricatto quando ne vediamo uno, soprattutto se le vittime siamo noi.
Facilmente manipolabili perché davanti alla scelta fra perdere quel poco che abbiamo e accettare la mano che ci allunga le briciole, piuttosto di niente accettiamo le briciole.
Per i nostri figli, per i genitori che ci hanno fatto studiare, per portare a casa la pagnotta, per continuare a credere nel nostro valore, per non sentirci più sfigati di quello che già ci sentiamo.

Tutto questo sta avvenendo sul serio, sotto silenzio, sotto ricatto, un ricatto camuffato da gesto di magnanimità:
“C’è la crisi, non posso far altro. O accetti o perdi il lavoro. La colpa non è mia, è della crisi”.
E tutti ad aprire la partita Iva, con qualche nocciolina da scambiare per un enorme dono e un segno di riconoscenza. Oppure a lasciarsi assumere da un interinale. Oppure a desiderare con tutto il cuore di rimanere nel limbo in cui sei rimasto da anni, con un cocopro, illegale, che diventa un miraggio. E a dirsi che in fondo non gli è andata male, che poteva finire peggio. Senza più un contratto, per esempio.
Come me.

E da quasi assunto, disposto a restar precario anni nella speranza che un giorno arrivi l’occasione giusta, la stabilizzazione, la serenità, sei fuori dall’azienda, con gli anni di illegalità sanati in un batter di ciglia. Ti trasformi in un fornitore come gli altri, e ricominci da lì la tua guerra fra poveri.

Ma davanti all’ultimatum “O apri la partita Iva o troviamo qualcun altro”, voi cosa fareste?
In quanti avreste davvero la forza di opporvi? Non a parole, sul serio.
Me lo domando in questi giorni complicati, mentre vedo colleghi di talento rischiare di perdere il lavoro, o perderlo sul serio.
Be’, in editoria scegliere la propria dignità sembra sempre più difficile che altrove.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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13 risposte a Prima precari, ora precari ed esterni

  1. pd valdengo ha detto:

    Reblogged this on CIRCOLO PD VALDENGO and commented:
    Prima precari, ora precari ed esterni

  2. Calembour ha detto:

    Buongiorno, tutto questo accade perché non c’è la coesione tra di noi, nel senso che ognuno va avanti senza riflettere sulla situazione generale del nostro settore. Ieri ho detto no a un editing di due volumi di oltre mille pagine l’uno, alla cifra di cento euro a volume. Non ci ho pensato neanche un po’ e ho risposto che se lo devono far da soli. Sicuramente avranno trovato qualcuno che farà il lavoro a prezzo stracciato, perché siamo giunti alla frutta e neanche. La dignità va conquistata a “caro prezzo”.
    Un abbraccio
    Simonetta

    • denisocka ha detto:

      @Calembour: hai detto no e hai fatto non bene, BENISSIMO!
      Il problema sulle tariffe porta a una guerra al ribasso che può essere frenata solo con un tariffario nazionale. L’unico problema: siamo in un libero mercato e l’opposizione da parte di molti dall’altra parte, ma anche da questa parte, della barricata sarà feroce. La chiave starebbe nell’ancorare le cifre alla paga base di un redattore interno alla CE, nel senso che non dovrebbero mai essere più basse. Anche questo raffronto, però, è difficile perché si basa su una tariffa oraria… insomma, siamo nella cacca!
      Bisogna far circolare le informazioni!

      • Calembour ha detto:

        Pazienza, per me scrivo gratis 😉

      • LaStordita ha detto:

        Sono d’accordo anche io sull’ancorare le cifre almeno alla paga base. Ma mi pare che la (maledetta) riforma Fornero dica questo per quanto riguarda i lavoratori a progetto. Mi chiedo: ma allora non possiamo batterci almeno per questo? Perché venga applicata una legge (non una circolare, una legge)?
        E poi ovviamente perché sempre meno persone vengano costrette e prendere la partita iva, perché di questo passo non solo i redattori, ma anche i medici, gli infermieri, gli insegnanti… diventeranno precari. Schiavi professionisti obbligati a prendere la partita iva.

      • denisocka ha detto:

        Ciao LaStordita 🙂
        ora l’urgenza, mi sembra, è proprio la seconda che nominavi. Il ricatto costante a “uscire dall’azienda” per sanare situazioni di illegalità, che sia aprendo la p.iva, diventando interinali, o semplicemente senza più uno straccio di lavoro. Il cocopro tanto odiato sta diventando la manna dal cielo, il premio che si lascia a chi avrebbe maggiori carte in tavola per fare causa… già. Comunque, la questione delle tariffe base è un problema notevole che va portato avanti.

  3. GiuliaS83 ha detto:

    Fermo restando che le pratiche editoriali non mi piacciono, non mi piace nemmeno il tono di questo articolo. “E tutti ad aprire la partita Iva, con qualche nocciolina da scambiare per un enorme dono e un segno di riconoscenza. ”
    …e invece aprire una partita IVA, farsi in quattro e costruirsi una libera professione come si deve? Magari lavorando con più editori, uscendo dal guscio, magari inventandosi delle idee? Questo è proprio fuori da ogni schema??? Non dal mio, a dire il vero, e nemmeno da quello dei miei genitori che con la libera professione mi hanno cresciuta e fatta studiare, non certo per andare poi a pregare qualcuno per assumermi a tempo indetereminato perché sennò è un cattivone e un vampiro. Mi hanno insegnato che con qualche sacrificio e soprattutto accettando di prendersi qualche rischio la pagnotta si porta a casa, e anche di più. Sveglia!

    • denisocka ha detto:

      @GiuliaS83: l’apertura della partita Iva deve essere una libera scelta, non un ricatto messo in atto per sanare magicamente situazioni illegali durate anni. Il rischio imprenditoriale uno se lo prende se vuole prenderselo, non per rendere la vita più facile agli editori che te lo riversano addosso alla prima occasione. Spero con tutto il cuore per te che nel tuo caso sia stata una libera scelta, come presumo dal tuo tono gentile.
      P.s.: sono figlia anch’io di artigiani e conosco bene cosa significa spaccarsi in quattro per portare avanti la famiglia. Ma lo hanno scelto LIBERAMENTE, non perché sottoposti a un RICATTO.

    • Stefano M67 ha detto:

      Nuovi Dickens troveranno pane per i loro denti in questo panorama da albori della rivoluzione industriale che si sta prospettando. Una p iva aperta liberamente e in condizioni di libero mercato reali può anche avere un senso (ma ha più senso per professionisti che fatturano il triplo almeno rispetto a un lavoratore dell’editoria, e che magari possono pure evadere qualcosa, diciamocelo), ma cento, mille p iva e interinali non sono altro che un regresso ulteriore nell’ambito di diritti, tutele… E non si chiedono certo cose mirabolanti come l’assunzione, solo di restare a fare sacrifici, a prendersi rischi e portare a casa la pagnotta (cosa che facciamo da vent’anni).

      • denisocka ha detto:

        Il problema, Stefano, anche se ancora non se ne rendono conto, coinvolgerà pure chi ha aperto la p.iva non sotto ricatto, per un proprio desiderio di indipendenza, perché si troverà all’improvviso una fortissima concorrenza, con tariffe a ribasso in modo vertiginoso. La “guerra fra poveri” continua sempre peggio.

    • LauraD53 ha detto:

      Brava Giulia!

      • Stefano M67 ha detto:

        Per fortuna esistono ancora delle vere partite iva, come testimoniano le persone che sono qui intervenute, p iva con cui stabiliscono loro il valore del proprio lavoro (io all’idraulico non posso certo dire: “Guardi, le do 50 euro per quella tubatura riparata”), che non hanno alcun vincolo di esclusività, che non fanno un lavoro meramente sostitutivo di quello di un assunto a tempo indeterminato, che riescono a intrecciare e mantenere relazioni con molti committenti i quali si avvalgono sempre della loro collaborazione perché sanno che sono i migliori sul libero mercato, che vengono pagati a 60 gg con regolarità (tranne rarissime eccezioni). Insomma, rincuora sapere che esistono ancora delle vere partite iva.

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