Sotto la pioggia, un lumicino

Bene, è cominciata. Ho preso il via, a fatica ma mi ci sono rimessa.
Una pioggia di miei cv sta scrosciando su Milano, alla ricerca di una posizione da interna, e su altre città, per collaborazioni.
Gli invii sono tanti ma tutti oculati: sono ancora nella fase in cui scelgo di mandarlo in un certo posto perché apprezzo la linea editoriale o gli autori o una delle persone con cui negli anni è stato un piacere collaborare.

Ma l’editoria, e non solo, vive un periodo complicatissimo, in cui molti colleghi stanno perdendo posti già precari. Molta gente è a spasso. Per abbattere i costi sono stati utilizzati contratti flessibili in modo illegale e disonesto quando non ce n’era bisogno. Ora per abbattere i costi si può solo esternalizzare selvaggiamente. E dare il benservito.

Dunque, li mando alle case editrici, alle agenzie letterarie, principalmente. Il mio pane.
Ma non solo. Lo mando anche ad altre società, che vendono prodotti o servizi diversi dal libro.
In uno di questi momenti di forte pragmatismo, accorgendomi che in moltissimi annunci di lavoro si cercano stagisti, mi sono soffermata sulle condizioni proposte.
Ebbene sì, sono talmente choosy che a 37 anni, dopo quasi dieci anni di esperienza in editoria, sto pensando seriamente di reinventami da qualche altra parte e di ripassare attraverso la gogna dello stage.
No, non posso, eppure…

Leggo leggo e finisco qui, alla Repubblica degli stagisti, sito che conosco praticamente dal suo esordio.

Mi colpisce in particolare la sezione degli annunci, dove possono pubblicare solo aziende che assicurano stage etici, con rimborsi mensili adeguati e la percentuale di stage tramutati dopo l’esperienza in assunzioni a tempo indeterminato.
Spulcio, trovo cifre per gli stage, che per quanto basse si discostano poco da certe infime tariffe che in editoria si propongono elargendole come mancette ai precari addetti ai lavori.

E ogni società che pubblica poi mette in bella mostra, con orgoglio, sul proprio sito aziendale il marchio “OK stage”.
Mi si apre il cuore, in un lampo di follia mando una candidatura spontanea a un’azienda che mi ammalia con i suoi tanti bollini etici.

Poi vado a letto e per un paio d’ore mi rigiro sotto le coperte immaginandomi una vita lavorativa diversa da questa: un fisso mensile decente, una postazione mia dietro la quale appendere le foto del mio piccolo, colleghi gentili e simpatici con cui passare il tempo fra progetti in grado di dare enormi soddisfazioni, giorni di malattia passati davvero a letto, contributi decenti versati, week-end a pensare poco o niente al lavoro…
E mi batte il cuore solo all’idea. Me lo merito.

Ma c’è un lumicino in fondo a quello stesso cuore, una luce che vedo lampeggiare da lontano: è la speranza di farcela anche qui.
Mi compare davanti di nuovo un libro, e mi assale la malinconia, per le occasioni mancate, per il lavoro della propria vita ridotto a niente, trasformato in amarezza continua…

E mi addormento, pensando che comunque andrà, sia se troverò una CE tutta per me in cui vivere con vera dignità il mio lavoro o se prenderò una strada diversa, un giorno ricorderò questo periodo di fatica e di dolore serena, come ora ricordo i sei anni di infertilità passati a combattere, decisa, testarda, incrollabile.
Ora che ho il mio bimbo fra le braccia.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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3 risposte a Sotto la pioggia, un lumicino

  1. Precariamamma ha detto:

    sniff
    come ti capisco!
    però non mollare!

  2. Alice ha detto:

    In bocca al lupo, di cuore.

  3. sand ha detto:

    quanto ti capisco… anche se quel lumicino non sono più tanto sicuro di vederlo.

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