Le decisioni che non arrivano

Settembre è arrivato. Ed è pure passato.
Siamo a ottobre.
Dicevo che entro settembre avrei preso una decisione definitiva.
Lo pensavo, ne ero convinta.
Poi si sono messe di mezzo un po’ di cose, prima fra tutte la ricerca di un nido per il piccoletto.
In ritardo per la graduatoria di settembre, mi sto preparando per quella di gennaio.
L’ora ics per le decisioni definitive, dunque, è posticipata a quella data.
Sempre che non ci pensino i Maya a prendere la decisione definitiva al posto mio…

Così, rieccomi al lavoro di traduttrice/redattrice come sempre nelle ore di babysitteraggio di nonne e zie.
Settimana scorsa sono tornata, poi, persino in redazione, nonostante il mio contratto sia ormai diventato carta straccia.
Mi hanno proposto un lavoro di redazione su un’opera di S. e, siccome sto ancora traducendo l’altro volume, non ho resistito e ho accettato di occuparmi anche di questo.
Dopo la nascita del pupo c’ero già stata in un paio di occasioni, portando anche lui (ho persone a cui tengo lì dentro, quelli che ci lavorano sono una cosa, l’editoria in generale con le sue perversioni, un’altra) e da sola per altre incombenze, ma questa volta ho rimesso piede anche in mensa, dove mi sono fermata a chiacchierare dopo pranzo con una collega assunta a tempo indeterminato da molti, moltissimi anni.

Lei ha visto l’editoria in anni in cui si faceva davvero cultura, quando i colleghi più anziani avevano davvero tempo e modo di aiutarti a crescere. Lo volevano. Lo pretendevano, perché il nuovo arrivato non era il pollo da spennare per qualche anno, ma un virgulto da coltivare, da tenere il più possibile nella grande famiglia dopo il sacrificio di avergli insegnato il mestiere.

Così mi sono resa conto di quanto dev’essere avvilente anche per chi fra poco uscirà da questo mondo, dopo un mestiere durato una vita, vedere come si sia ridotta l’editoria.
Gli assunti in redazione, ormai, sono come mosche bianche, esemplari in estinzione; stuoli di collaboratori volenterosi, speranzosi e sognanti vanno e vengono in continuazione, spremuti fino all’osso e poi buttati via al primo fastidio. Quello che importa è il conto economico di un libro, non la sua qualità. Il budget dei collaboratori a fine anno da ridurre il più possibile, non formare una squadra esperta e capace di pubblicare titoli degni di questo nome.

Parlavamo e le ho raccontato delle mie decisioni sbagliate, di come ho scelto dieci anni fa di tentare la fortuna nell’editoria nonostante il direttore del personale di una multinazionale mi inseguisse ogni anno perché il grande capo mi voleva fra i suoi, per farmi crescere in quell’azienda.
Ora sono cresciuta, da sola, ma da un’altra parte. è tardi per cambiare idea.

Sì, ho sbagliato, lo so, ma l’amore a volte fa fare delle pazzie.
E io amavo i libri.
Be’, in realtà li amo ancora. Forse è anche per questo che continuo a rimandare la decisione di lasciarmi tutto alle spalle.
E, in ogni caso, dopo tutta questa esperienza qui, troverei qualcosa di diverso lì davanti per me, da qualche altra parte?

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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8 risposte a Le decisioni che non arrivano

  1. Silvia Pareschi ha detto:

    Mia cara, sapessi quanto ti capisco!

    • denisocka ha detto:

      Silvia, ma che dici! Tu sei una stella polare per me, sei una traduttrice apprezzata da tutti, ho sentito solo cose belle sulle tue capacità. Sono stata molto felice di conoscerti dal vivo.

      • Silvia Pareschi ha detto:

        Innanzitutto ti capisco quando parli del “conto economico” del libro, un problema di cui siamo tutti un po’ vittime. E poi anch’io ho avuto la possibilità di fare altre scelte, all’inizio della carriera, che forse oggi mi darebbero più sicurezza. Ma tant’è, non si piange sul latte eccetera.
        Detto questo, anch’io sono stata molto felice di conoscerti, sei una forza della natura!

      • denisocka ha detto:

        🙂

  2. andrearenyi ha detto:

    Sì, hai descritto la situazione come la vedo anch’io. Quasi senza speranza. A te, però, auguro ogni bene e una decisione fortunata e illuminata.

  3. Paolo A. Livorati ha detto:

    Ho apprezzato, mio malgrado, la chiusa: “[D]opo tutta questa esperienza qui, troverei qualcosa di diverso lì davanti per me, da qualche altra parte?”. È proprio questo che fa rimanere nel campo, contro la logica, me per primo e credo anche parecchi colleghi veterani o semi-veterani. Il che poi ci espone ancora di più ai ricatti dell’editoria, naturalmente.

    • denisocka ha detto:

      Verissimo! Fino a un certo punto c’era solo l’amore per la professione, e ovviamente, quello c’è ancora, ma poi subentrano i dubbi di aver sorpassato una certa linea, oltre la quale è difficile mollare nonostante la consapevolezza di sopportare a volte cose che non andrebbero sopportate. Fa bene chi si rassegna subito e migra il prima possibile, forse. Già, forse…

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