Meccanismi perversi: quando il mobbing è precario

In questo periodo mi va poco di scrivere. Troppi grattacapi, troppe delusioni, troppi dubbi.
Tante scelte da fare, poche speranze rimaste.
Mi è capitato però di risentire un collega conosciuto molti molti anni fa, ai miei esordi in editoria, e sviscerando il problema della difficile vita del collaboratore editoriale sono venute fuori delle cose interessanti.

Diversi post fa, dicevo di voler fare outing, quando in realtà di coming out si trattava.
Ebbene, oggi farò outing, nel senso che parlerò un po’ dei cavolacci degli altri, non dei miei soltanto. E inaugurerò una nuova rubrica sul blog: “Meccanismi perversi”. Siete pronti?

Questo mio collega lavora per una grossa casa editrice. La redazione dove ha un contratto da moltissimo tempo ha sempre avuto un giro estenuante di collaboratori: pochissimi assunti in età quasi da prepensionamento, precari fissi, precari a prestazione, partite iva obbligate. Le tariffe sono infime, di stabilizzazione neanche a parlarne. Se punti i piedi sulle tariffe sei fuori. Ma in modo subdolo.

Queste le parole di confessione del mio collega, ormai allo stremo come me. Mi parla di una sorta di “mobbing” applicato sistematicamente ai precari:
“Rompi le scatole perché vuoi un contratto che rispetti nei termini quello che firmi, per esempio la cifra indicata, la possibilità di entrare e uscire quando vuoi? Quella è la porta. Rimani ma insisti e cerchi di strappare cifre più dignitose? Parte il mobbing e ti martellano finché non sei convinto che se non ti rinnovano in realtà è colpa tua. Funziona così: cominciano ad affidarti con tempi massacranti, impossibili (e quelli editoriali lo sono già di natura), lavori estenuanti, tradotti coi piedi, revisionati peggio, impaginati da una scimmia, che per essere consegnati ti costringono a restare su la notte più e più volte.
“Ti ammazzi sperando di salvare il salvabile. Consegni più o meno in tempo. Ti fanno le pulci, trovano un refuso e ti martellano su quello, facendoti sentire una cacca, per farti saltare i nervi. Dopo un po’ di ‘errori‘, smettono di darti lavoro, e quando sei alla canna del gas te li ripropongono ma a tariffe più basse, passando per salvatori della Patria. Se accetti e ti standardizzi al resto dell’andazzo sei salvo, per modo di dire. Altrimenti, sei stato tu a rifiutare la mano che ti veniva porta, e tanti saluti“.

E aggiunge una cosa che mi devasta ulteriormente:
“E guarda caso, sono sempre i più bravi quelli che non si lasciano mettere i piedi in testa e mollano tutto… La squadra vincente, invece, è fatta di collaboratori mediocri… Una vera manna per il mondo della cultura… Per umiliare ancor più i collaboratori di vecchia data all’ultimo arrivato si fa capire che lui/lei è in qualche modo ‘sopra‘, più in gamba, e gli/le si mette sotto i vecchi a fare lavori infimi. Se il nuovo capisce il disegno occulto bene, se no ti ritrovi con un ragazzetto a stronzeggiare su di te. Magari con una sua telefonata che ti si rivolge come al pulitore del suo cesso, tu gli rispondi per le rime, diventi antipatico a tutti e il gioco è fatto…
Il meccanismo funziona anche per la nostra stupidità. Mi ricorda il film Brian di Nazareth dei Monty Python in cui i membri del fronte di liberazione della Palestina si perdono in mille discussioni sterili e poi si disgregano in altre formazioni fino a farsi fuori a vicenda, coi romani che se la ridono… vedere queste cose è uno schifo“.

Un’altra collega, invece, mi racconta di un tentativo fatto nella loro casa editrice anni fa per unire i collaboratori e migliorare le condizioni di tutti. Dovevano incontrarsi in una sala comune: un caporedattore si piazzò alla porta sfogliando un giornale, con aria intimidatoria da pseudo mafioso, e segnava tutti quelli che entravano. Il tentativo di rivendicazione, ovvio, finì nel vuoto per la paura di molti di essere “segnati a vita.”

Ebbene, vi piace ancora tanto il mondo dorato dell’editoria?

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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Una risposta a Meccanismi perversi: quando il mobbing è precario

  1. vasettodipandora ha detto:

    come capisco… basta guardarmi indietro (e di case editrici ne ho “vissute” tre) per vedere che i “sopravvissuti”, i collaboratori confermati o addirittura assunti, sono i più scarsi, i più mediocri. tutti gli altri, amaramente, hanno cambiato mestiere.

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