Voglio anch’io un’editoria bio!

Mentre mi preparo a una nuova puntata della mia saga personale intitolata “Datemi la maternità, state violando i miei diritti!” (andrò di nuovo all’Inca per il ricorso), leggo con grande interesse, e vi invito a fare altrettanto, l’intervista a Giulio Milani su Tropico del Libro in un articolo di Sergio Calderale.

Rimango affascinata soprattutto da questa Carta per una bioeditoria di TQ che mi ricorda molto la cartolina-finto annuncio proposta un paio di anni fa da Rerepre:

Cercasi casa editrice virtuosa

Dunque siamo giunti davvero a un punto di svolta?
Le condotte scorrette in ambito editoriale (contratti precari, lavoro a tempo indeterminato camuffati da cocopro, partita Iva monomandataria, stage, compensi da fame, traduttori e autori non pagati il giusto o non pagati affatto, editoria a pagamento, ecc.) cominciano a essere note ai più. Il problema non è nascosto come alcuni anni fa.
Serve una strategia diversa: trovare il modo che essere corretti risulti conveniente, fare della correttezza in editoria un business.

Ora i lettori cominciano a conoscere queste realtà ignobili e un acquisto più responsabile anche nei libri potrebbe essere una nuova via per convincere gli editori che la correttezza può pagare sul serio.
La pubblicità è l’anima del commercio. I libri sono merce, quindi tutto torna.

Sarà difficile al momento trovare degli editori disponibili a firmarla (come impossibile fu trovare qualcuno disposto a rispondere a quel finto annuncio), tanto sono diffuse queste storture. Il timore di essere sbugiardati sarebbe troppo alto, al punto che nell’intervista, per ora, definiscono la carta “facoltativa”.

Eppure, leggendo l’intervista pensavo: “Sì, è la via giusta. Lo so da sempre”.
Ma è attuabile con questo livello di “concorrenza sleale” (le pratiche scorrette SONO concorrenza sleale)?
Se esistesse un bollino “0% precarietà”, sapendo come si vive in questa precarietà fintodorata, acquisterei quei libri a valangate!
Lo farei solo io, secondo voi? Troppo ottimista come sempre?

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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10 risposte a Voglio anch’io un’editoria bio!

  1. fs ha detto:

    No no, che ottimismo, è logica. L’unica è portare tutto questo sempre più alla ribalta, dargli visibilità in ogni occasione, sbertucciare chi sfrutta. Significa sopratutto non aver paura di andare contro chi ha potere. E molti hanno il coraggio di ribellarsi al grande gruppo editoriale, meno alla blasonata casa editrice “di progetto” che in teoria dovrebbe stare dalla tua parte e invece è parimenti iniqua, anche se in modo meno facilmente decifrabile. Se vogliamo cambiare questa situazione vergognosa dobbiamo tutti imparare l’intransigenza.

  2. denisocka ha detto:

    @fs: Non so, è giusto essere intransigenti ma è importante anche capire le ragioni di certe storture nei piccoli. Quando parlo di concorrenza sleale intendo proprio quello: come fanno le case editrici piccole e medie a restare nella legalità se i grandi mostri del settore, che già soffiano loro visibilità, distribuzione, libri di successo, e avrebbero tutti i mezzi per stare alle regole, “imbrogliano” anche da quel punto di vista? Non voglio giustificare chi sceglie di precarizzare, voglio capire e trovare una soluzione di “business” che non offra più facili scappatoie… Mi sarò spiegata bene?

    • fs ha detto:

      “La legalità delle piccole case” invece mi pare fondamentale: l’impresa avrà successo solo se i piccoli insieme daranno l’esempio alleandosi in una rete etica. Le violazioni per la sopravvivenza vanno valutate caso per caso, io qui parlo di iniquità, sperequazione interna. Generalizziamo: smettiamola di aggirare la legge considerandola un impedimento e proviamo a cambiarla con più energia. Penso che siamo d’accordo che convenga a tutti, e non solo a lungo termine. Cosa intendi invece per soluzione di “business”?

      • denisocka ha detto:

        Sì, d’accordo: i piccoli devono unirsi. Io cerco solo di capire le ragioni di chi ha una CE piccola e trovandosi a combattere contro la “concorrenza sleale” dei grandi cede alla tentazione delle pratiche scorrette. Capire per offrire, come di ci tu, una via verso la legalità data dall’unione. Io ancora non ho trovato una CE realmente virtuosa… “business” tra virgolette per indicare una convenienza di tipo economico… la pubblicità come anima del commercio… d’altronde, se non si temesse di squarciale il velo della purezza di chi fa cultura non avrebbero negato tutti per tanti anni l’esistenza del problema “precariato editoriale”, no?

      • fs ha detto:

        Capire le ragioni della malattia per guarirla, sono d’accordo. E hai ragione a dire che viste da vicino nessuna azienda è “virtuosa” come piacerebbe a noi. Forse proprio perché applicando un vecchio modello d’impresa a una situazione mutata gli è impossibile esserlo. La soluzione? lasciare le barchette o le navi che affondano, e creare imprese innovative. Dare il buon esempio, e poi, solo poi, guardarsi indietro. Ci sono troppe alghe, in questo paese…

  3. fs ha detto:

    refuso: vista da vicino

  4. Ale ha detto:

    Una carta per la “bioeditoria” senza neppure un accenno all’abuso dei contratti precari. Un’omissione – temo consapevole – inammissibile. Questo è il vero punto debole degli editori – di tutti gli editori, grandi o piccoli, appartenenti a gruppi o indipendenti. Finché non verranno assunti precisi impegni in merito, nessuna azienda editoriale potrà definirsi davvero etica.

    • fs ha detto:

      Per me “regolare” significa secondo regola, legge. E certamente anche la legge è interpretabile, ma non si può fare una “Carta dei princìpi” che sia un ulteriore contratto redatto da avvocati… per quello esistono i contratti di lavoro, appunto. Comunque se commentate qui punto per punto, così poi si propone magari una modifica organica ai redattori della Carta: http://www.facebook.com/photo.php?fbid=443041189053548&set=a.285318071492528.77981.267199356637733&type=3&theater

      • denisocka ha detto:

        Non mi si apre la pagina che hai segnato quindi continuo qui.
        I primi due punti dell’annuncio di Rerepre sono secondo me più specifici. Nella carta sembra che si parli di lavoro nero… i contratti che abbiamo sono tutti regolari, peccato che non corrispondano alla realtà delle mansioni… pochi cocopro hanno la possibilità di entrare e uscire come vogliono dal posto di lavoro, di lavorare veramente a casa, di avere le cifre fisse sul contratto che realmente dovrebbero avere… molti mascherano lavori a T.I., e così le p. iva, monomandatarie, molti altri, come la sottoscritta, hanno cocopro, ma in realtà lavorano per volontà altrui a cottimo… stage che sostituiscono maternità… mi fermo, ma quante ne ho sentite in questi anni!

  5. denisocka ha detto:

    In effetti, il primo punto della carta è molto “soft”, superinterpretabile. Lì andava inserita una dichiarazione d’intenti più decisa ed esplicita.

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