Tiro le somme: il mio giro al Salone del Libro di Torino

Sveglia alle ore 7, poppata, marito da buttare giù dal letto: Bruska deve fare i bisogni e mangiare. Doccia, bimbo da preparare.
Borse, passeggino e panini sono già pronti dalla sera prima.
Ci mettiamo in strada alle 8,30 circa e dopo due ore di viaggio parcheggiamo al Lingotto. Proprio mentre saliamo si mette a piovere. Marito e figlio si piazzano in coda per il biglietto intero, io vado a farmi accreditare ai professionali. Lo sconto di 5 euro lo voglio, me lo sono meritato con anni di lavoro editoriale sottopagato.

Finalmente entriamo e non appena mettiamo piede al Salone, tutti quegli stand, le luci, le copertine brillanti, patinate, invitanti mi irretiscono, mi ipnotizzano, mi esaltano, mi lusingano e mi ricordano che io faccio parte di quel mondo dorato. Quanto sono fortunata! Com’è bello essere parte di tutto questo!

Incontriamo una collega traduttrice dal romeno, Ileana Pop, e dare una voce a un viso e a una penna conosciuti solo via internet mi rende felicissima: a quel punto mi sento ancora parte del carrozzone.

Eppure, a mano a mano che passano i secondi, i minuti, le ore, qualcosa comincia a stridermi dentro, la mia condizione di precaria si riaffaccia pian pianino mentre tocco, sfoglio ogni libro, lo compro, lo pago, lo infilo in borsa: quante persone come me saranno state sottopagate per arrivare al prodotto finito? Quanti ricatti velati o espliciti, speranze, fantasie di stabilità? Quanti contratti in scadenza che emanano l’angoscia del loro titolare? Quanti progetti, matrimoni e figli rimandati in attesa di tempi migliori? E quante persone qui al Salone, intorno a me, non ne sanno niente, non vogliono sapere o fingono di non sapere?

Passo fra le varie case editrici, saluto vari titolari, responsabili con cui sono entrata in contatto nel corso degli anni. La freddezza di una direttrice mi congela il cuore e si mischia al calore dell’accoglienza di un altro direttore. Ascolto le parole di quest’ultimo, le difficoltà di un piccolo editore a stare in piedi, il coraggio di alcune scelte in nome della cultura. I suoi libri sono belli, interessanti, coraggiosi: niente vampiri, tanta narrativa straniera di spessore, scelta con cura. E una frase, che arriva come una stilettata: “Fortuna che ognuno di noi ha un lavoro stabile alle spalle, altrimenti…”. Io no, un lavoro stabile non ce l’ho, non l’ho mai avuto e mai lo avrò, a quanto pare.

Arriviamo così senza accorgerci alle 16: mi aspetta l’incontro con Rerepre organizzato da Generazione TQ. La Sala dei Professionali è abbastanza piena, ma speravo in meglio. Inizia l’incontro e mi riporta pienamente con i piedi per terra. I dati sul lavoro editoriale, raccolti da TQ, Rerepre e il Quinto Stato dipingono una situazione lavorativa che dire nera è poco. Il contrasto con il mondo dorato oltre quella tenda è fortissimo.

Una delle ospiti, docente di editoria a Tor Vergata, racconta la sua esperienza di editore etico che non ha mai usato in modo improprio i contratti di lavoro: alla fine si è arresa e ha dovuto chiudere quella piccola casa editrice. Mi rendo conto di quanto l’uso scorretto dei contratti flessibili da parte delle grandi aziende alla fine sia deleterio anche per la piccola e media editoria che cerca di fare cultura e non soltanto fatturato. Anche quella è concorrenza sleale.
Sempre la stessa docente, a un certo punto, mette in dubbio l’utilità di essere presenti, ma ai margini, con certi temi a un Salone che cerca di rifarsi il trucco ma che nasconde il marcio.
Non sono d’accordo, anche una piccola pulce può dare un gran fastidio, è in quei luoghi che bisogna intervenire. O almeno provarci.

Ascolto, ascolto anche tutti gli altri ospiti, con un orgoglio particolare quando a parlare è Federica Zicchiero di Rerepre, e intanto con un occhio seguo il mio piccolo che si è già rotto e sta gattonando in mezzo alle sedie, strappando un sorriso alle facce cupe e incredule dei presenti.
Eccola lì la risposta a tutte le mie angosce: mio figlio. Un giorno potrò dirgli che io non sono stata zitta, che nel mio piccolo qualcosa ho fatto per cambiare le cose per me e per gli altri. Non so se ci riusciremo a cambiarle davvero e fino a che livello ma almeno, appunto, ci avremo provato.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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2 risposte a Tiro le somme: il mio giro al Salone del Libro di Torino

  1. Sono commossa davanti a tanta bellezza d’animo mista a tanta lucidità. Auguri, Denise, a te e al tuo bimbo!

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