Io, migrante della cultura

Oh, io quando leggo cose così mi incazzo.

Voi direte: “Ma con tutti i problemi che c’hai e che stai per avere grazie all’imminente riforma del lavoro che invece di salvare i precari editoriali con probabilità ne decimerà a centinaia, probabilmente te compresa, tu ti preoccupi di queste bazzecole? E che sarà mai!”.

Tuttavia, non posso farne a meno, questi sono tutti sintomi del rispetto che si ha in generale per alcune professioni dorate, belle belle per chi sogna di farle, ma spesso dai risvolti amari amari per chi le fa.

Com’è possibile che non si citino MAI i nomi dei traduttori, dai quotidiani più blasonati al sito più infimo, quando oltretutto c’è una legge che obbligherebbe a farlo? Dov’è finito il rispetto per il lavoro altrui?

Le leggi son fatte per essere aggirate o ignorate, mi direte voi. E dove si fa cultura, stranamente, sembra a volte quasi più naturale che in altri ambienti.

L’altro giorno, infatti, disperata perché dopo mesi non ero ancora riuscita a risolvere un problema sorto con la mia indennità di maternità, ho deciso di rivolgermi a un patronato. Mentre ero seduta in un ufficio del patronato INCA e due gentilissime persone si stavano facendo in quattro per capire come tirarmi fuori dalla c… (ci sono rimasta per ben due ore), nella stanza di fronte mi scorreva davanti tutta una serie di immigrati: c’era l’ufficio del patronato dedicato a loro.

Nel silenzio calato per la concentrazione di chi mi stava aiutando, sentivo le loro storie ed erano, come è giusto che sia, tutti lavoratori a tempo indeterminato.

Mi sono ritrovata a riflettere: io, laureata in materie umanistiche, che ho studiato ben quattro lingue, fra cui il russo, specializzata in editoria, che ho collaborato con CE insospettabili, in oltre dieci anni non ho mai, dico MAI, avuto un contratto a tempo indeterminato.

Ovviamente, so che ci sono tantissimi immigrati che lavorano in condizioni infime, ben peggiori delle mie, perché l’Italia è così, spesso vergognosa, e lungi da me affermare che io meriti di più di qualsiasi altra persona un contratto degno di questo nome (lo meriterebbero tutti), ma continuo a pensare che il lavoro vada pagato e rispettato sempre e comunque, sia che si tratti di fabbrica, treni, cantieri, ricerca universitaria o del prodotto libro. Perché se per noi che “ci lavoriamo in mezzo”, un libro è una parte della nostra anima, resta pur sempre un prodotto, e per farlo servono persone che ci lavorino, anche se spesso c’è chi vorrebbe farne volentieri a meno.

Sto ancora cercando un editore che la pensi, nei fatti, come me.

Fatevi avanti, vi voglio conoscere.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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