La precarietà al salone di Torino

Oggi si apre il Salone del libro di Torino e io resterò a casa con il mio pancione.
Saprò ogni giorno che si staranno svolgendo varie presentazioni che mi interessano, vari eventi cui mi sento vicina.
Eppure non posso non pensare che il Salone, sebbene mi interessi, mi attiri, mi sia sempre piaciuto, è un circo mediatico fatto apposta per rendere ancora più dorato un mondo che io so benissimo nascondere ben altro.
E d'oro non ha proprio niente.
Pubblico quindi un bellissimo articolo letto ieri sul blog di San Precario ospitato dal sito del "Fatto quotidiano".
Vero, reale, sincero in ogni parola. E vi invito a confrontarlo con un articolo falso, edulcorato e marchettaro trovato sul sito del "Sole 24 ore".
Buona lettura

A Torino il Salone del Libro (e della precarietà)

"Giovedì apre i dorati battenti il Salone del Libro di Torino. Ogni anno migliaia di lettori e professionisti si accalcano tra gli stand e nelle sale del maggior evento editoriale di un Paese in realtà poco avvezzo alla lettura. Quando sarete lì, vi invitiamo a osservare le persone che vi circondano e a farvi qualche domanda su di loro. Chi vi controlla il biglietto all’entrata? Massimo, ingaggiato temporaneamente dalle agenzie che gestiscono il lavoro in fiera, precario. Chi vi consiglia un libro allo stand del grande/medio/piccolo/infinitesimale editore? Francesca, stagistadi redazione, per l’occassione cassiera, precaria. Chi ha corretto le bozze del libro che state sfogliando? Giulia, al quinto co.co.pro. consecutivo, precaria. Chi ha organizzato la presentazione del vostro autore preferito? Roberto, ufficio stampa sottopagato, precario.

 

Il grande circo dell’editoria, che non fa mancare ricchi anticipi a scrittori di grido, brillanti campagne di marketing e grassi stipendi agli amministratori delegati, si regge in gran parte sulle spalle dei precari. Negli ultimi due decenni, infatti,  l’editoria italiana ha usufruito in modo indiscriminato del lavoro atipico, facendo sempre più ricorso a contratti a progetto, stage e partite Iva obbligate.  La percentuale di atipici nelle case editrici è oggi altissima, e spesso le redazioni sono costituite quasi interamente da precari che hanno come orizzonte di vita la breve durata di un co.co.pro. Giovani e meno giovani, ambiziosi e disillusi, entusiasti e assuefatti, tutti hanno in comune la difficoltà di arrivare a fine mese, l’impossibilità di comprare casa, l’assoluta mancanza di diritti sacrosanti quali malattia, maternità e ferie pagate, Tfr, contributi pensionistici dignitosi. E spesso si trovano ad accettare tariffe al ribasso perché “se così non ti sta bene puoi andare, tanto fuori c’è la fila”.

 

Ricordate le parole di Mastropasqua, presidente dell’Inps? “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale”. Ebbene, tra i precari italiani ci sono anche quelli dell’editoria, meno famosi degli insegnanti presi in giro dalla Gelmini. Nessuno parla di loro, ma ci sono. È il loro lavoro che porta in libreria i libri che leggete, i testi scolastici su cui studiano i vostri figli… Sono tanti e sono arrabbiati, tanto da essersi costituiti nella Rete dei redattori precari. Non stupitevi se li troverete fra gli stand del Salone del Libro, armati di creatività e voglia di far sentire la propria voce. Proprio davanti agli stand delle case editrici che li sfruttano.

Vignetta di Arnald.

(Tratto dal Blog di San Precario sul sito del Fatto quotidiano)

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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