C’è ancora chi ci crede

Stamattina, nonostante tutto quello che avrei da fare, mi sono ritrovata a leggere con stupore una discussione in un gruppo online di addetti dell'editoria. Il titolo era: Come entrare nel mondo dell'editoria.
Si faceva riferimento a un'altra discussione che mi ero persa e i primi messaggi lasciati parlavano di esperienze positive: prima un corso in editoria, poi uno stage, dopo lo stage mi hanno tenuto oppure, passata l'identica trafila iniziale, ho scelto io in un secondo tempo di aprire uno studio editoriale tutto mio o di lavorare da freelance.

Io leggevo e mi dicevo: ma che fortuna! Poi però mi è sembrato di intuire, ma potrei sbagliarmi, che si trattava di esperienze iniziate ben oltre una decina di anni fa, quando il precariato editoriale non era così dilagante.
Mi è subito tornato in mente cosa mi aveva detto nel 2004, quando ero alle mie primissime esperienze, una direttrice editoriale di una CE che faceva e fa libri molto molto belli e che ancora un po' rimpiango: "Entrare a lavorare stabilmente in casa editrice ormai è molto difficile, in ogni caso devi sperare che si liberi un posto e che tra i tanti, tantissimi collaboratori esterni bravi pensino proprio a te per quella posizione". Eppure già allora mi sembrava poco convinta anche lei.

Risentire ad anni di distanza più o meno parole simili mi ha lasciata un po' perplessa. Poi sono arrivate, per fortuna alcune voci fuori dal coro. Chi ha la fortuna di lavorare stabilmente in una CE è davvero così poco informato sulle reali condizione del mercato del lavoro editoriale o preferisce glissare sulla questione per quieto vivere?
Così, siccome io il quieto vivere l'ho messo da parte il giorno stesso in cui ho deciso di aprire questo blog, ho lasciato il seguente messaggio, che spero aiuti molti aspiranti a rendersi conto di ciò che accade davvero nel mondo cui tanto ambiscono:

"Mi aggiungo alla discussione che mi sembra divisa su due binari: esperienze positive ma, diciamolo, non troppo recenti da una parte, e negative ed evidentemente recenti dall'altra. M. e A. hanno fotografato bene cosa succede oggi, gli altri quel che succedeva ben oltre una decina di anni fa (parlo ovviamente in generale).
È vero, frequentare un corso con la possibilità di uno stage successivo è indispensabile purché si tratti di un corso serio. Le case editrici, infatti, vogliono subito metterti al lavoro, per averti operativo a tutti gli effetti, quindi un'infarinatura di base devi averla, ma ormai concluso il periodo di stage, se ci si dimostra bravi, si finisce quasi sempre nella schiera dei collaboratori a vita.

Perché una casa editrice dovrebbe assumerti quando può tenerti per sempre offrendoti solo contratti a progetto miseri con minor tutele (spesso con obbligo di presenza in azienda come se si fosse assunti), collaborazioni esterne alla bisogna con tariffe bassissime e tempi massacranti o costringendoti ad aprire la p. iva (tra l'altro monomandataria, cosa anche questa illegale) per sostituire i dipendenti che manda in prepensionamento o che vanno in maternità o malattia? Tu rifiuti, dietro di te c'è la fila di aspiranti ansiosi e speranzosi che della piaga del precariato editoriale sa poco o niente (solo in pochi hanno il coraggio di parlarne). E poi c'è quella stramaledetta passione che ti fa sragionare e ti porta a trascurare la tua dignità e a farti andar bene situazioni che bene non vanno affatto… Dov'è la scelta, dove sono le opportunità di crescita?

E, non mi fraintendete, non mi riferisco solo a case editrici piccole che faticano a restare in piedi, o solo a case editrici grandi fagocitanti: parlo praticamente di tutte o quasi (ovviamente se me ne indicate un paio a Milano che non fanno così ci mando subito il cv e le porto in trionfo per coraggio e onestà).
Inoltre, se prima questo era un tipo di atteggiamento che si aveva solo per il lavoro di redazione, oggi il problema si sta spostando anche in altre aree del lavoro editoriale, dall'ufficio grafico a quello dei diritti, dall'ufficio stampa al marketing, dagli editor ai coordinatori, dalle segretarie e agli impiegati dell'amministrazione.
Questo perché si ha un atteggiamento miope sul lungo periodo (formare un giovane bravo e tenerselo stretto per anni) in favore di un vantaggio sul breve periodo (abbattere i costi nell'immediato).

Questo bisognerebbe dire fin da subito a chi si affaccia speranzoso al mondo dell'editoria: ti aspetta questo, sei davvero disposto a vivere un'esperienza del genere? In nome di cosa? Di un prestigio effimero?"

Ora attendo risposte.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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3 risposte a C’è ancora chi ci crede

  1. utente anonimo ha detto:

    Descrivi perfettamente ciò che succede anche nel mondo dell'audiovisivo.
    LaStancaSylvie

  2. giulia ha detto:

    la domanda è… se loro (quelli che ‘imprendono’) hanno ridotto il lavoro in queste condizioni, perchè gli operai dell’editoria non si uniscono e incazzano mai?????

  3. denisocka ha detto:

    @Giulia: Perché? Be’, Rerepre cerca di unirli da un po’, ormai, ma il problema principale è che il desiderio di alzare la testa si scontra quotidianamente con la paura di perdere il lavoro della propria vita, un lavoro che dà “prestigio”, un prestigio effimero, certo. è difficile convincere i colleghi che la via giusta è opporsi all’illegalità, ai diritti sottratti. Molto difficile, credimi.
    Ma non disperiamo, prima o poi si convinceranno. Solo noi possiamo davvero cambiare le cose in meglio per il bene di tutta l’editoria e della cultura in generale. Solo noi.

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