Il coraggio delle proprie azioni

"Se non hai più nulla da perdere, quando arriva la goccia che fa traboccare il vaso, tu il vaso prima lo butti giù, poi lo prendi a calci."
Così mi ha detto una collega parlando del caso di questi giorni: lo sciopero della fame di Paola Caruso, una giornalista cocopro/co del "Corriere della Sera" da 7 anni.

Perché quando ti portano al limite sai benissimo che stai per buttare alle ortiche anche quel poco di privilegio che hai. Ma quale privilegio? Quello di aver studiato, faticato, rincorso un sogno, per ritrovarsi con niente in mano, e quel niente essere la prospettiva di un futuro sempre uguale, di perenne insicurezza, di consegne rincorse, tariffe da fame, giri delle sette chiese per chiedere lavoro nei momenti vuoti? Dignità vicina allo zero, per sempre.
A meno che non butti tutto all'aria e te ne vai sbattendo la porta. O arrivi qualcuno a salvarti.

Ebbene, la collega precaria del "Corriere della Sera" probabilmente sa benissimo che le faranno terra bruciata dopo tutto questo, lei sta solo sbattendo la porta in un modo tale da far girare dalla nostra parte, quella dei precari della conoscenza e non, più gente possibile.

Intanto la Rete si mobilita mentre le principali testate giornalistiche quasi la ignorano.
Cerco in internet e mi risulta, sull'argomento, solo Il Fatto quotidiano (ma solo per una ricerca mirata, lo sapevo in anticipo, ed è un blog) e un articolo su generazionep della Stampa, ma anche questo non riesco a leggerlo, non si apre. Sfortuna? Come mai? Perché l'argomento è scottante e non c'è redazione giornalistica o editore (nel nostro caso) che non abbia la patata bollente del precariato da gestire per i propri interessi, ma da tenere nascosta il più possibile. Meglio stare zitti, prima che alzino la testa anche qui.

Poi alcuni fantastici blogger, molti dei quali, ignoranti in materia o in malafede, si sono affrettati a darle contro, con frasi che dicevano 7 anni fa i miei quando, part-time in una testata giornalistica online, vedevo far fuori le mie colleghe alla scadenza dei 18 mesi (per paura di cause in tribunale): "Se fossero state davvero brave le avrebbero tenute". Oggi dopo 7 anni di precariato della loro "bambina" ormai trentacinquenne laureata, "specializzata", con esperienza consolidata, macina pagine pure di notte, sputerebbero in faccia a chi osasse ancora solo tentare di usare simili argomentazioni. 'Core de mamma e papà!

Questo per dire, che se avessi un briciolo di coraggio, forse mi metterei in sciopero della fame anche io, tanto di chiletti ne avrei da perdere un sacco. Invece, sono una codarda, e spero ancora di non dovermene andare anche io sbattendo la porta per salvarmi dal futuro che mi aspetta ma arrivi prima qualcuno a salvarmi. Perché io da sola, a quanto pare, non ci riesco.
In bocca al lupo, Paola, tanto di cappello, plaudo al tuo coraggio.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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4 risposte a Il coraggio delle proprie azioni

  1. utente anonimo ha detto:

    Cara, anche io ho letto molto in questi due giorni sul gesto di Paola. Soprattutto blog e tweet, molti tutti uguali ma anche molti con spunti di riflessione che mi hanno colpita.
    La prima cosa che ho pensato è stata – come la tua collega – ecco, dopo anni di sopportazione ha sbroccato. E quindi l'ingiustizia, il precariato, i diritti, eccetera. In realtà poi mi vengono anche altri pensieri, un po' più complicati da spiegare e che arrivano anche dalla mia – e dalla nostra comune – esperienza. Ce lo dicono da anni ormai in tutte le salsa: nei giornali non si entra, nelle case editrici non si entra (se non figli di, fratelli di, mogli di). Perché la crisi, perché il blocco delle assunzioni, perché la gente non legge, non si informa, perché, perché, tutte motivazioni che anche tu ti sei sentita ripetere alla nausea. Spesso queste sono scuse per approfittare della situazione generale per tagliare i rami secchi in azienda e alzare i profitti, altre volte invece è la realtà. Specialmente nelle piccole realtà non ci si potrebbe permettere di assumere tutti a tempo indeterminato. Come uscirne? Di certo non ho la bacchetta magica o la soluzione geniale in tasca, ma quello che mi viene da pensare è che forse la situazione migliorerebbe se chi tira le fila dell’editoria e anche i sindacati la smettessero di restare asserragliati ciascuno dalla propria parte: i sindacati interni alle redazioni e case editrici a difendere a spada tratta i diritti degli occupati a tempo indeterminato fregandosene però di tutti gli altri, direttori ed editori ad approfittarne per pagare tariffe da fame e avere un bel tournover sempre in moto. Ecco: perché se tempo indeterminato non può essere, non deve essere SERIETÀ? Tariffe giuste, commisurate alla qualità del lavoro, tempi accettabili, contratti chiari?
    Lo so, sfondo una porta aperta e dico cose che rerepre dice da sempre, solo temo che una soluzione tipo “tutti assunti” non sia realistica e che sia urgente ripensare alle modalità del lavoro.

    Baci!
    Laura

  2. denisocka ha detto:

    @Laura: è vero che per le realtà piccole assumere tutti sarebbe complicato, in effetti le collaborazioni esterne sono sempre esistite, ma qui parliamo di legalità. Vuoi avere solo collaboratori e nessuno interno? Benissimo, però non puoi pagarli da fame e pretendere che stiano dentro in redazione con orari da ufficio e ruoli di coordinamento e rappresentanza. Li vuoi cocopro? Devono poter lavorare da casa quando e quanto vogliono, essere pagati di più per l'insicurezza, avere un fisso mensile, non essere pagati a cottimo.
    Finché stai bene e non hai bisogno degli ammortizzatori sociali sopravvivi, ma la vita non è sempre rose e fiori. E infatti, non tutti vorrebbero essere assunti, sai, a molti andrebbe bene la flessibilità, se fosse reale e ben pagata. Baci, tesoro, mi fa piacere vedere che mi leggi.

  3. lauraboh ha detto:

    Scusa ma…

    http://paolacars.tumblr.com/post/1601750758/corriere-della-sera-ore-16-30-varco-la-porta-di

    Questo post mi ha lasciata perplessa, per non dire allibita. In particolare la conclusione. Tutto è bene quel che finisce bene, Paola ha il suo contratto e "l'assicurazione che chi merita prima o poi fa carriera. Fa davvero carriera." 
    Questa poi mi sembra una presa in giro bella e buona. Un'assicurazione da chi? Chi merita fa carriera? Mi sembra tutto surreale. Come la frase finale che preferisco non commentare.
    Cosa mi sarei aspettata? Che nell'incontro con il gotha del Corriere si fosse parlato di cose serie, come il modo di lavorare nei giornali e nelle riviste che si reggono su stagisti e collaboratori sottopagati e sfruttati (ma non mi rimetto a scrivere di certo il panegirico, non temere!), invece di leggere il resoconto di sorrisi, preoccupazioni per la salute e pacche sulle spalle. Paola è tornata nei ranghi e tutto può finalmente tornare alla tranquillità. Forse sentiremo parlare della storia alla scadenza del contratto.

    Ciao cara
    (sono sempre Laura, mi ero stufata di essere utente anonima!)

  4. denisocka ha detto:

    @Laura: Chissà, Laura, di sicuro il finale ha lasciato perplessa anche me. Soprattutto nella scelta di alcune espressioni del suo post, non tanto nel fatto che sia tornata a lavorare, il conto lo vedrà alla scadenza del contratto.
    Ma come dicono i miei amici rerepre in questo post: L'importanza dei fondamentali in questi casi bisogna "astrarsi" dal singolo caso e vedere le cose in base alle realtà generale, e di sicuro il fatto che se ne sia parlato male non è stato… almeno spero.

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