Granchi

I granchi sono normale amministrazione. Chi si occupa di traduzione editoriale, ma non solo, sa che possono insinuarsi anche in un ottimo lavoro. Capitano, non c’è nulla di cui scandalizzarsi. Ci sono altre fasi di lavorazione del libro in cui poter correre ai rimedi. Certo è che la fretta e le condizioni lavorative non proprio idilliache dell’editoria non giocano a favore del risultato finale impeccabile… nonostante la buona volontà di tutti…

In questo periodo sto revisionando un libro dal russo. Traduzione molto ben fatta: qualche piccola imprecisione, qualche problemino di editing, qualche granchio. Appunto.
Sabato ero in metropolitana e mi sono portata alcune pagine di traduzione, lasciando a casa però l’originale. Quando mi capita, leggo, e se c’è qualche parte che non mi convince e scatta una sorta di campanellino, allora indico il punto e a margine scrivo “CNTRL“, che sta per “controllare”. E così ho fatto.
C’era un punto, in particolare, che mi suonava strano. Tornata a casa ho ricontrollato… e avevo ragione: granchio, granchissimo. La traduttrice non aveva riconosciuto un’espressione colloquiale russa per me normalissima che significa “fare pipì“.

E questo mi ha fatto riflettere su una cosa: ciò che è facile per un traduttore può essere difficilissimo per un altro, tutto dipende dal proprio “vissuto linguistico“. Lei maneggiava con estrema scioltezza espressioni come “bersagliare con il lanciagranate”, io… “fare pipì”.
Nessuno dei due casi è migliore o peggiore dell’altro. L’importante è sempre imparare dai propri errori.
Io, per esempio, non dimenticherò mai come si dice in russo “slot-machine”, ne parlo nel racconto pubblicato nella raccolta Il mestiere di riflettere, Azimut.

E, a proposito di “vissuto linguistico”, non dimenticherò mai nemmeno cosa mi accadde l’anno in cui stavo preparando la tesi. Avevo deciso di prendere un Certificat in lingua russa e mi inquietavano molto le prove d’esame senza dizionario. Lo feci presente in classe, dicendo appunto che il mio vissuto linguistico poteva essere molto diverso da quello di un altro collega e c’era una buona possibilità che finissi per ottenere un risultato inferiore alle mie aspettative e potenzialità.

Feci il primo esempio che mi venne in mente: “Per esempio, io, come interprete di un comitato di accoglienza del Progetto Černobyl, dai bambini bielorussi che accompagnavo, ho imparato espressioni colloquiali come ‘ti fa male la pancia?‘ o più tecniche, ma comunque quotidiane, come ‘apparecchio fisso per i denti‘, per poi non sapere magari come si dice ‘agente di commercio‘…” Usciti dall’aula mi fermò una delle insegnanti di russo madrelingua e a sorpresa mi chiese: “Senti, mi togli una curiosità? Come si dice in russo ‘apparecchio fisso per i denti’?”. Quando era stata piccola lei non si usavano ancora e, per una casualità, nulla nella vita l’aveva mai avvicinata a quel termine.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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