Carrambata

Ieri ero a lavorare in redazione: finalmente dopo più di un anno di richieste in una delle postazioni dei collaboratori mi hanno messo un applicativo per far girare il cd-rom del dizionario di russo, per me indispensabile in questo periodo di “soli russi”.
Ero lì entusiasta che lo provavo quando ho sentito da lontano:
” … Achmatova … ???… Cvetaeva… Pasternak… ???…”
La voce riemergeva da un passato non molto lontano e mi mollava un pugno in testa: sono uscita di corsa dal nostro cubicolo collaboratori e mi sono fiondata in corridoio, infilandomi e sbirciando un po’ qua un po’ là.
Niente.
Torno indietro.
Mi ferma una collega che mi aveva visto gettarmi fuori e passare a razzo accanto alla sua scrivania:
“Denise, che succede? Qualcosa che non va?”
“No, no, niente, T., mi sa che sto impazzendo. Ho sentito una voce familiare. Forse qualcuno con un timbro simile a quello di un mio professore d’università stava parlando di alcuni poeti russi e qualcosa deve essere scattato nel mio cervellino bacato…”
Mi ripiazzo davanti al mio fantastico dizionario di russo che, chissà perché, ogni volta che lo metto in funzione fa il rumore di un transatlantico in partenza… con enorme giubilo dei miei colleghi concentrati sui loro testi.

“…??? Tolstoj… ???… Dostoevskij… ???… Alessandro II…”
“E, no, e che cavolo!”
Mi rifiondo in corridoio e questa volta guardo meglio: in una saletta riunioni, una editor e un direttore editoriale stanno ascoltando con partecipazione proprio lui, il mio primo professore di letteratura russa, quello che dirigeva l’istituto di slavistica ai tempi d’oro, che ci portava a San Pietroburgo senza che sapessimo declinare decentemente due parole in fila, che ci chiamava “noiosi”, che per insegnarci l’importanza dei dettagli nei romanzi agli esami domandava di che colore era la cintura di Nataša al ballo in Guerra e pace di Tolstoj, o che altro c’era nel panino del barbiere, oltre al naso, nel racconto Il naso di Gogol’.

E lì scatta la follia della sottoscritta: dico a tutti di fermarlo quando esce, di riferirgli che vorrei tanto salutarlo. Si attivano due segretarie, tre coordinatrici, quattro collaboratori.
Passa mezz’ora, arriva l’ora di pranzo e i miei colleghi se ne vanno in mensa. Io aspetto. Il professore esce insieme alla editor che non appena mi vede gli dice che Denise Silvestri vorrebbe salutarlo.
Lui si gira e sorride: “Ma guarda chi c’è! Ma come sta?“. Sono passati dieci anni dalla mia laurea ma non si è dimenticato del mio faccino.
Davanti alla editor scambiamo poche frasi, poi il professore se ne va e si avvia lungo il corridoio. La editor entra nel suo ufficio. Lo guardo allontanarsi un po’ poi mi decido: “No, dai, non mi ha chiamata nemmeno una volta noiosa“. Così lo seguo sperando di raggiungerlo prima che arrivi agli ascensori, ma a metà mi rendo conto di aver dimenticato la tessera per il pranzo e torno un attimo indietro. Quando arrivo agli ascensori lui è andato. Prendo le scale, scendo di corsa e quando giungo al pian terreno dalle porte dell’ascensore esce un’altra persona.
Penso: “Vabbe’, dai, tanto l’ho già salutato…”. Poi mi giro, ed eccolo lì, che ravana nelle tasche davanti all’ingresso.
E così sono tornata a salutarlo: abbiamo chiacchierato lì davanti alle porte dell’ingresso almeno un quarto d’ora, fra ricordi, sorrisi, risate.
Sempre il solito grandissimo professore.

Nel mio caso la storia dei “baroni universitari” è lontana come il pianeta Nettuno. So che esistono, ma sono stata tanto fortunata da non incontrarne mai uno.
Io avevo docenti veri, appassionati, colti, a volte anche bizzarri, come il russo comanda, ma soprattutto presenti sempre in carne e ossa.
E umani.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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5 risposte a Carrambata

  1. gogol85 ha detto:

    Il prof è F. M.?Una mia amica di Milano mi aveva raccontato di esami con domande simili a quelle che hai citato. Mi è tornata in mente la lettura delle lezioni di letteratura russa di Nabokov, anche per lui questi particolari erano più importanti delle idee generali, ad es. per lui un bravo lettore doveva immaginarsi com'era fatto uno scompartimento del treno Mosca-Pietroburgo per poter apprezzare appieno Anna Karenina.Io non ho avuto prof "famosi", però erano sempre presenti e capaci di farti entrare nel magico mondo russo e fartelo amare. Poi devo capire perché sto scrivendo al passato visto che l'università non l'ho ancora finita, ma va beh…

  2. denisocka ha detto:

    @gogol85: sì, quando eri nel pieno degli esami pensavi: "E porca miseria! Noi 30 libri il primo anno e con domande tipo Telemike, e a quelli della C. solo 9?". Poi passavano gli anni e capivi l'importanza di quel metodo… ti tornava utile come "forma mentis", come modo di affrontare una lettura, la preparazione di altri esami, una ricerca, una tesi… ora, nel lavoro che faccio… A quel metodo poi si è aggiunto quello di altri, nel mio caso soprattutto l'approccio "culturologico" (per chi fosse curioso, veda cosa sono i "cultural studies").

  3. fruttacandita ha detto:

    che bello. io avevo un feeling mentale con un professore di anglo-americana. era un mito. una leggenda.

  4. razgul ha detto:

    Sì, ma lei si ricorda – vero? – di che colore è il frac di Cicikov?

  5. denisocka ha detto:

    E che ingredienti c'erano nel panino insieme al Naso?
    Ciao Platonov!

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