BOLOGNA, ja tebja ljublju! – Seconda Parte

La libreria Modo infoshop, a Bologna, non è molto grande ma ben frequentata. In fondo ha una serie di divani e di fronte a essi due o tre file di sedie.
Gli ospiti invitati alla tavola rotonda arrivano uno dopo l’altro, salutano gli organizzatori, si accomodano ognuno su una poltrona.

Comincia l’evento. Presentazioni, lettura di un paio di raccontini brevi presi dal sito di REREPRE.
Una poltrona è vuota: lì avrebbe dovuto esserci un rappresentante dell’AIE, Associazione Italiana Editori, che ha declinato l’invito sostenendo che non “entra nel merito dell’organizzazione produttiva delle case editrici”.
Be’, complimenti, mi viene da dire. Bravi, proprio bravi. Laviamocene le mani.

La discussione parte con testimonianze su “usanze contrattuali sempre più illegali” divenute ormai la norma in editoria.
Perché? Come si è arrivati a tutto questo?
Ora, non potendomi dilungare sui vari contenuti emersi, ci tengo in particolare a sottolineare una cosa.
L’editore presente alla tavola rotonda, Guaraldi, nonché docente di editoria all’università di Urbino, coraggioso a intervenire, che ha dimostrato un reale interesse nel voler invertire la rotta, spiega che i costi maggiori che una casa editrice deve sostenere sono quelli di distribuzione, circa il 60 per cento, nomina vari altri processi che si succhiano una fetta e rimane tra il 10 e il 20 percento del costo di copertina. Così alla fine, quando giunge il momento delle domande fra il pubblico, alzo la mano: “Ma dove si colloca allora il costo del lavoro? In quel 10-20?”
“Sì.”
“Allora perché tagliare su quel 10-20 e non sul 60 della distribuzione?”
Ne scaturisce una discussione sconfortante: lì è più facile tagliare, c’è una tale offerta di persone più o meno brave che si propongono per lavorare in CE che l’editore sarebbe uno sciocco a non approfittarne. Tanto non c’è nessuno che si oppone. La coda è lunga: rifiuti tu quelle condizioni, altri cento le accetteranno.
Dunque, la colpa è di nuovo nostra.

“Ma davvero c’è una tale necessità di tagliare sul costo del lavoro? Capisco una casa editrice piccola, ma i grandi gruppi?”
“Prendono due piccioni con una fava: taglio, seppur minimo, di spese vive, cresta bassa dei loro lavoratori sempre meno tutelati.”
Ecco come si fa cultura in Italia. Siamo messi bene.

Però, almeno, ne stiamo parlando in pubblico.
Non fa di certo male che comincino a sapersi certe cose…

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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4 risposte a BOLOGNA, ja tebja ljublju! – Seconda Parte

  1. utente anonimo ha detto:

    quindi quando ci sarà l'e-book ci pagheranno di più, dato che non ci saranno costi di distribuzione…

  2. utente anonimo ha detto:

    mi sono dimenticata di firmare il commento: sono silvia azzurropillin

  3. denisocka ha detto:

    @silvia: non ci sperare. è stata posta proprio la stessa domanda. A quel punto ci saranno i costi di piattaforma digitale, esclusive varie e imposizioni di quote per la distribuzione in digitale… un modo per fregarci ci sarà sempre, non temere!

  4. utente anonimo ha detto:

    Giusto, è il primo passo, noi dobbiamo incazzarci di più e dire NO, ma certo, non so quanto riusciremo a cambiare le cose … le aziende si reggono sul nonsenso assoluto.LaStancaSylvie

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