Forlì: Seconda puntata

Da Bologna a Forlì il treno ci impiega una quarantina di minuti.
Arrivo a destinazione, sono le 9,59. Il seminario all’università inizia alle 10.
Ma sì, sono in ritardo, non importa… Ho bisogno di un caffè.
Decido di prenderlo nel bar della stazione. Ne ordino uno macchiato che il barista si dimentica di macchiare perché distratto dalle mie domande:

“Senta, per favore, mi saprebbe dire che autobus devo prendere per raggiungere l’università?”
“InnanSi tutto, quale università, che non ce n’è mica solo una qui…” risponde lui, nel suo accento spiccato.
“Il 91!” interviene una signora fra un morso di briosche e un sorso di cappuccino. “Prenda il 91!”
“Poi lo trovo per il ritorno? Ogni quanto passa? Riuscirò ad arrivare in tempo per non perdere il 17,57 per Milano?”
“Ma signora mia, ma non sono mica l’ufficio informazione dei trasporti municipali, io…”
“Ah, sì, scusi ha ragione…”

Imbarazzata finisco di bere il mio caffè, pago, compro un biglietto dell’autobus e non appena esco dalla stazione, c’è un bel 91 scintillante che mi aspetta.
Mi metto a correre, e alle mie spalle sento: “Signora, ecco il 91! è quello, quello lì! Si sbrighi che parte!”. La signora del cappuccio e briosche fa girare tutti dalla mia parte.

Con un balzo felino raggiungo l’autobus e chiedo subito informazioni al conducente:
“Scusi, questo autobus porta in via Oberdan?”
“Sì.”
“All’università?”
“Sì.”
Ammutolisco. All’improvviso mi è comparsa nella mente la scritta: “Non parlare al conducente”.
Io e il conducente ci fissiamo. Poi lui impietosito dice: “Vuole che le indichi la fermata?”.
“Sì, grazie, non osavo…”
Tempo due minuti l’autobus parte, percorre una via, gira a una rotonda, imbocca un’altra strada, svolta, e tempo altri due minuti si ferma. “Eccoci: breve ma intenso…” mi dice con un sorriso bonario, quasi da presa per il c.
Mi metto a ridere e scendo.

Entrata nell’università, trovo subito manifesti e cartelloni per il seminario. Siamo all’Istituto per interpreti e traduttori. Raggiungo l’aula magna, sono nel pieno delle presentazioni: l’aula è gremita di volti adulti e meno adulti (gli studenti sono moltissimi). Cerco un posto vuoto e alle mie spalle noto due volti familiari: sono due colleghi di Milano, Piero P. e Valeria P. Li saluto con uno sguardo quasi di riconoscenza.
Poi, sento a bassa voce dietro di me Piero P.: “Chi è?”, e Valeria P: “Denise S.”.
“Ah, Denise!”
Sta per iniziare una giornata in cui molti colleghi, amici virtuali conosciuti su Forum e via mail, avranno finalmente un volto.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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