Altri precari… altra storia…

Sabato ho fatto un giro con alcuni colleghi al presidio dei precari della scuola.
Sono in Ripamonti, vicino al provveditorato, con tende, uniti, che organizzano eventi di sensibilizzazione, proteste, si incatenano…

E mi sono domandata: perché loro sì, e noi no?
La risposta è presto detta: perché finché ci sarà la fila di persone che pur di lavorare nell’editoria e in altri settori culturali si farebbe tagliare una gamba, vivremo ogni tentativo di far valere i nostri diritti come l’anticamera del calcio nel sedere. Perché hanno un unico datore di lavoro, sono uniti in un solo e unico obiettivo e non hanno timore che le loro facce siano riconosciute, mentre noi siamo messi (e ci mettiamo) volutamente gli uni contro gli altri. Perché hanno una graduatoria e chi ha più esperienza non è considerato alla stessa stregua del primo arrivato o di uno stagista da sfruttare il più possibile…

E dopo quelle riflessioni… ho avuto l’occasione di chiacchierare mezz’ora con Moni Ovada, venuto a sostenere la causa dei precari.
E questa opportunità i colleghi precari che se ne stanno con la testa ben nascosta sotto la sabbia non l’hanno avuta!

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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6 risposte a Altri precari… altra storia…

  1. utente anonimo ha detto:

    Ciao Denise,
    questo post, così come il precedente, vanno a colpire nel profondo. Devo dire che a tratti si percepiscono amarezza e sensazione di solitudine; tratti condivisibili anche da me, anche se la mia esperienza è lievemente diversa: infatti lavoro per realtà più piccole, perciò la possibilità di confrontarmi con persone nelel mie condizioni è decisamente più bassa.
    Ma la tua domanda: “perché loro sì, e noi no?” mi pare di una lucidità estrema. Al di là dei precari della scuola potresti chiederti perché i giovani greci dànno fuoco alle città e noi no? Perché i giovani francesi periodicamente infiammano la società e noi no? Perché perché perché.
    Perché non siamo in grado di reagire agli aspetti più devastanti sulla nostra esistenza? E quando dico “nostra” lo intendo in senso ampio, infatti perché non domandarsi: perché non insorgiamo di fronte a un governo che ributta in mare o tra le braccia del pazzo di tripoli centinaia di fratelli e sorelle?
    Chiedersi il perché è già qualcosa. Ma come proseguiamo?
    Abbracci,
    Alessandro

  2. utente anonimo ha detto:

    Mi pare che Alessandro abbia colto nel segno: perché gli altri si ribellano e noi no? Perché piangiamo le morti dei soldati italiani in Afganistan ma non facciamo altrettanto per gli immigrati che mandiamo da un novello Hitler libico? Ci sarebbero tati altri perché da aggiungere ma forse, per ora, è meglio fermarsi qui… con amarezza.
    Alice

  3. denisocka ha detto:

    @alessandro e @ alice: grazie per le risposte. Continuo a vedere quotidianamente sempre più persone che davanti alle difficoltà preferiscono delegare. Questo e la costante usanza di coltivare ognuno il proprio orticello (quello e solo quello) rendono gli italiani apatici. E in un giorno di lutto come oggi mi dispiace tanto parlare così, ma ne sono sempre più convinta…

  4. ungatto ha detto:

    mi domando invece se abbia un senso lottare per una vita di stenti e priva di prospettive aperte in un paese come il nostro…se non sia meglio fare la valigia e partire davvero. non abbiamo la compattezza e forse la stoffa per fare la rivoluzione e si vive una volta sola, vale la pena di rovinarsi l’esistenza in Italia quando all’estero si vive meglio?

  5. denisocka ha detto:

    @ungatto: non sai quante volte in questi anni ci siamo detti: “Molliamo tutto e andiamocene in Spagna”. (E lo spagnolo è una lingua che non ho nemmeno studiato!). Ma poi pensiamo che scappare non è mai la soluzione. Io, personalmente, a questo punto, mi sono data il seguente compito: nel limite del possibile alzare la testa sempre quando cercano di piegarti (rispettando comunque la non violenza e il rispetto altrui, ovviamente). Se per l’intera categoria dei redattori precari (e dei precari in generale) da sola posso fare poco (perché delegano in troppi), potrò almeno dire un giorno ai miei figli che ero fra quelli che ci hanno provato… perché sono certa che per allora le cose nel mondo del lavoro saranno messe talmente male che i nostri figli ci chiederanno come mai le abbiamo accettate passivamente quando c’era ancora possibilità di cambiarle.

  6. utente anonimo ha detto:

    Rieccoci,
    a proposito di domande e risposte hai visto che è nato un nuovo blog precario? (Fa un po’ specie che nei link non ci sia ReRePre… bisognerebbe segnalarlo… ).
    Faccio un giro, magari vale la pena unirsi, interagire e, chissà, lottare?

    Ecco il link: http://precariementi.splinder.com/

    Alessandro

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