Stato di crisi

Portato in chiusura un libro che mi era stato affidato, erano ormai un paio di settimane che per motivi personali lavoravo solo da casa. Ieri ho deciso di tornare in redazione a mostrare il faccino perché, come si sa, un precario può diventare un “senza lavoro” in un attimo se si dimenticano di te.

Arrivo in sede e nel giro di un paio d’ore vorrei fuggire e tornarmene a casa, rifugiarmi nella mia dimora, in compagnia di Bruska, la mia pet therapy (che nelle mie giornate di redazione resta sola e sconsolata).
Sto lavorando in tutta tranquillità alla revisione dall’inglese di cui mi sto occupando ora, quando mi squilla il telefono: è mia sorella. Mi deve raccontare del problema di un nostro parente, così per non disturbare i colleghi mi dirigo verso la macchinetta del caffé, zona a quell’ora deserta.

Mia sorella parla, e più mi descrive il problema più mi intristisco. La mente cerca una via d’uscita dall’angoscia, così l’occhio cade sugli annunci appesi di fronte alla macchinetta: pubblicità di corsi di yoga, cuccioli in adozione, vendesi moto, affittasi casa vacanze… poi un foglio A4, uscito da poco dalla stampante:
Comunicazione sindacale…” Be’, penso, non mi riguarda, di noi i sindacati se ne fregano!”
Ma poi continuo a leggere…
“Si comunica la messa in Stato di Crisi per 24 mesi dell’azienda a partire dall’ottobre 2009… con previsto esubero di XXX dipendenti… e prepensionamenti…”

A telefonata finita torno alla mia postazione, lo racconto a una collega, che è talmente presa a correggere le sue bozze che sembra quasi non pensare alle ripercussioni che potremmo avere anche noi collaboratori… Mi guarda con occhi da triglia, torna ai suoi fogli.

E così mi domando: è a tal punto anestetizzata dal lavoro pressante che le impongono e che esegue senza mai obiettare nemmeno di una virgola (è una delle nuove arrivate che ha ancora in circolo l’effetto dello stupefacente “Lavoro nell’editoria, ce l’ho fatta!”) oppure non gliene frega niente? Starà pensando: “Ai dipendenti non frega un cazzo della nostra situazione, a me non frega della loro”? Oppure è sicura che non ricadendo con uno stipendio mensile (ebbene sì, siamo pagati a cottimo, come gli operai più sfruttati) sul conto economico generale non corra rischi?

Forse quest’ultima considerazione potrebbe anche essere vera, perché qualcuno dovrà pur farli ‘sti benedetti libri, no? Dunque, forse è vero che noi siamo al sicuro, ma possiamo averne la conferma? E se smettessero di punto in bianco di darci lavoro diminuendo il numero delle uscite? Noi non potremmo nemmeno contare sulla cassa integrazione…

Il colpo di grazia mi arriva dopo una mezz’oretta: al posto del redattore che è andato in pensione a luglio hanno preso una stagista. E le hanno dato pure la postazione dell’ex redattore! Per non farle capire ciò che l’aspetterà dopo questa esperienza gratuita.

Perché accettiamo tutto in modo così passivo? Perché il prestigio di lavorare nell’editoria deve trasformarci in lavoratori senza spina dorsale? Qualcuno mi offrirà prima o poi la possibilità di uscire da questo maledetto limbo?

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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2 risposte a Stato di crisi

  1. ElisinoB ha detto:

    Denise, ciao! Bello riaverti nella blogsfera.
    Mi spiace molto per voi. Ma ormai conosco poche persone che non rischiano o non sono già state spedite in ferie forzate o licenziate o riciclate in altri settori. Oggigiorno siamo tutti precari.
    Mi domando anch’io per quanto la nostra generazione continuerà a subire passivamente. Forse, finché la famiglia potrà fungere da ammortizzatore sociale, andremo avanti così per forza d’inerzia.
    Tienici informati sui vostri sviluppi.
    Un caro saluto,
    ElisinoB

  2. denisocka ha detto:

    Ne stavo parlando con un altro collega, e questa volta il commento è stato chiaro: “I dipendenti hanno fatto qualcosa per noi? Perché dovrei preoccuparmi per loro?”
    “Perché per un tot di assunti che vanno in prepensionamento potrebbero lasciare a casa altrettanti cocopro di cui nessuno saprà mai nulla… e al loro posto arriveranno stagisti che dopo il periodo gratuito entreranno nelle nostre file. Odio fare terrorismo psicologico, però…”
    “Hai ragione.”

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