La via giusta

Questo sarà l’ultimo.
Non posso più permettermi di perdere tempo così, togliendolo al lavoro vero e proprio.
Però è sconsolante.

Partecipo a un forum per traduttori, in cui spesso speranzosi colleghi del tecnico o aspiranti traduttori chiedono consigli su come riuscire ad avere un’occasione nella campo editoriale. Ho sempre risposto: fate una proposta. Ora non ne sono più convinta.

Era quello che continuavo a sentirmi dire da editor a seminari o in contesti privati, ma davanti ai fatti devo ricredermi.
Io ho iniziato a tradurre per caso (dall’inglese), nel senso che mentre cercavo lavori di redazione qualcuno mi ha proposto una traduzione a più mani urgente e io, un po’ spericolata, ho accettato. Da quella occasione ne è uscita un’amicizia (con una delle traduttrici del libro) e una prima esperienza sul curriculum, cui ne è seguita un’altra (e specializzazioni varie), in virtù del fatto che un traduttore che si occupa anche di revisione e redazione sembra dare più fiducia.

A questa esperienza personale (io non ho iniziato quindi grazie a una proposta), si aggiunge il fatto che ora, non traducendo dal russo da un po’ (Aksenov, sebbene per gran parte una ritraduzione, non si conta. Niente russi all’orizzonte), cerco un altro libro per farlo.

In questi due anni ho letto due cose interessanti, molto diverse fra loro. Le ho proposte entrambe a chi mi sembrava potesse pubblicare libri del genere e per ora il risultato non è confortante: per il primo libro ho trovato un editore interessato ma non si giunge a un accordo con l’autore; per il secondo sono ancora in caccia ma ho la sensazione che gli editor o abbiano una grande sfiducia verso la letteratura contemporanea russa (perché vende poco, poi della qualità chissene) o vogliano l’ennesimo facile successo editoriale, che io non so trovare. Chi può garantire una cosa del genere? Si attaccano a un cosiddetto filone di successo e non lo mollano finché i lettori non ne hanno piene le scatole.

Ora ho tante altre idee in testa, altri libri che mi incuriosiscono e che mi piacerebbe leggere, e capire se sarebbero adatti a un lettore italiano, ma che senso avrebbe farlo se finisco solo per togliere tempo a un lavoro che mi costringe già a sacrificare sabati e domeniche?

Così ieri, sconfortata, ho detto a mio marito: “Mi sa che se va avanti così non tradurrò più dal russo”. Sono pochi i libri russi pubblicati in Italia, di cui buona parte non bellissimi (domandatevi perché non vendono), e i traduttori bravi a disposizione molti (potrei nominarne al volo cinque senza nemmeno pensarci troppo).

Fortuna che almeno ci sono autori di lingua inglese che ambientano i loro romanzi in Russia o in Unione Sovietica, così li posso revisionare (due solo quest’anno passati fra le mie mani, ma altri pubblicati). Tuttavia mi chiedo: perché il lettore italiano dovrebbe essere interessato a una Russia raccontata da un americano e non una Russia raccontata da un russo?

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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13 risposte a La via giusta

  1. utente anonimo ha detto:

    Molto sconfortante. Mi pare che gli editori non abbiamo più voglia di rischiare, magari con un testo nuovo e di qualità… ma, del resto, non ripubblicano più le vecchie cose. Non si trova Il placido Don più da nessuna parte. Che tristezza: siamo proprio un brutto paese.
    Alice

  2. ElisinoB ha detto:

    Ciao Denise,
    mi spiace sentirti così delusa, purtroppo a ragione. Non sono del settore, ma è indubbio che il libro, soprattutto per le grandi case editrici, vale come un qualsiasi altro prodotto commerciale, da mettere sugli scaffali solo se venderà al 99%.
    Fossi in te, però, non rinuncerei al piacere che provi nel leggere ciò che ti piace. Segui il tuo istinto, non lasciarti influenzare dall’opinione comune. Insisti con altre case editrici, sgomita tra chi non ti crede. Non basta solo il buon libro, ma anche la buona proposta per convincere a pubblicare. E tu, in questo post, mi avresti convinto a comprare. Insomma, insisti e cerca di fare quello che veramente ti piace, a costo di sacrificare sabati e domeniche per i prossimi cinque anni. Io, di vedermi riproporre in tutte le salse libri di scrittori americani ed inglesi, sarei anche stanca. E penso di non essere l’unica.
    Un caro saluto,
    ElisinoB

  3. denisocka ha detto:

    @Alice ed ElisinoB: sconfortante è proprio la parola giusta, anche se oggi mi sento un po’ meno sconfortata. Il mio russo è servito per tradurre dei documenti ad amici di un amico che stanno adottando un bambino in Russia… questo sì che è tempo tolto al lavoro ma proficuo, moralmente parlando. Sto già molto meglio 😉

  4. denisocka ha detto:

    E @ElisinoB aggiungo: sono convinta anch’io che i lettori siano un po’ stufi della predominanza di autori di lingua inglese. Su Anobii c’è un gruppo di “Letteratura russa” (attenzione, non russisti, appassionati) dove tutti lamentano il fatto che mancano autori russi contemporanei tradott in Italia. Un peccato che una fascia di ipotetici lettori sia snobbata così.

  5. babystarsower ha detto:

    è proprio vero: in fin dei conti, la Russia e la sua immensa e stupenda letteratura è snobbata…

  6. denisocka ha detto:

    @babystarsower: già, ma perché li snobbano? Perché vendono poco? Ma non sarà il caso di far abituare il lettore anche ai libri russi puntandoci di più?

  7. utente anonimo ha detto:

    Temo sia un problema di sudditanza culturale nei confronti del mondo anglofono, statunitense in particolare. E purtroppo il fenomeno non interessa soltanto la parola scritta. Io ti capisco benissimo, Denise, perché traduco (anzi, aspiro a tradurre, dal momento che sono solo al primo incarico) dall’arabo, altra lingua (e cultura) snobbata dall’editoria italiana. Certo, alla base ci sono motivazioni di tipo economico e capisco che un editore abbia tutto l’interesse a pubblicare ciò che promette di “vendere”. Ma a mio parere i lettori avrebbero diritto a una scelta più vasta, e invece a volte ho la sensazione che in Italia i libri vengano “dati in pasto” ai lettori, un po’ come i programmi televisivi. Capisco lo sconforto, dunque… ma non rinunciare a fare delle proposte. Magari le cose cambieranno prima o poi, magari gli editori cominceranno a capire che esiste una fetta di mercato interessata a leggere quel che proviene da altre culture o semplicemente stanca di vedersi dare in pasto sempre le stesse robe commerciali. E poi a volte le proposte funzionano (io ho cominciato proprio così…). 😉 Baci, Barbara

  8. Aryscartosso ha detto:

    esiste un pregiudizio comune sui russi…da quanto ho sentito molti li giudicano troppo pesanti per essere affrontati…
    personalmente mi piacciono molto (chi più chi meno) ma è vero che si fatica un po’ a trovare dei contemporanei (almeno per me che non sono del settore ma solo un’appassionata).

  9. denisocka ha detto:

    Si trovano a fatica perché l’editoria negli ultimi decenni li ha sempre snobbati e non ci ha mai puntato a dovere dandoli sempre per perdenti. Più passa il tempo, più ne sono convinta. La Russia ha una vasta produzione editoriale ed è impossibile che non esista materiale adatto al pubblico italiano… bisognerebbe solo decidere di investire a lungo termine con un editor specifico… e “lungo termine” in editoria sembra una bestemmia.

  10. utente anonimo ha detto:

    Ciao, condivido quanto dici in questo post e anche io mi trovo, dopo anni di studio e qualche tentativo, a non aver mai tradotto un libro. Eppure so di esserne capace, so di saper leggere e capire, so di saper riprodurre lo stile dell’autore. Sono una persona che si interessa a tante cose: alla storia (soprattutto americana), all’evoluzione tecnologica, all’informatica (poiché vengo da anni di lavoro nel campo), alla televisione, alla sociolinguistica, agli animali e all’ambiente. Mi piace scavare nelle parole e riprodurre l’originale al meglio. Mi piace sapere. Voglio sapere, ho sempre la curiosità di conoscere meglio quello che mi si para davanti. Mi piace scrivere bene. Mi piace giocare con le parole.
    Poi sento di traduttori che iniziano per puro c….aso. Solo perché andavano in piscina con uno che lavorava in una casa traduttrice e guarda caso in quel momento avevano un’urgenza. Oppure perché tutti i traduttori quotati erano liberi e hanno pescato il suo cv nel mucchio.
    Ma io, come posso fare? Sono un po’ scoraggiata, veramente.

  11. denisocka ha detto:

    @ utente anonimo: laSfefi, giusto? Guarda, l’unico consiglio che mi sento di darti è di trovare un corso di traduzione non troppo caro con comprovati professionisti e veri contatti con editori seri. Lì potrai renderti conto delle tue reali possibilità mettendoti a confronto con altri aspiranti traduttori. C’è un corso a Milano, per esempio (l’ho fatto anch’io dall’inglese… da anglista di ritorno mi serviva proprio per capire bene le mie possibilità) che alla fine offre al più talentuoso ogni anno la possibilità di una prima vera traduzione con una grande casa editrice. Magari ce ne sono di simili anche in altre città. Informarsi bene, e non farsi bidonare, mi raccomando!

  12. utente anonimo ha detto:

    Ciao, sì sono La.stefi.
    Di corsi di traduzione ne ho fatti in università ed è per questo che capisco di essere portata per la cosa. Sono sempre stata tra i più bravi studenti.
    Ho fatto anche un mini-corso di traduzione per il cinema, ma è stato scoraggiante perché gli insegnanti stessi ci hanno detto che è un mondo in cui è praticamente impossibile entrare e che il lavoro è pagato pochissimo.
    😦
    Per quanto riguarda il corso che dici tu, io vorrei farne uno non appena finisco la laurea specialistica (mi mancano tre esami) o magari anche durante, dato che ormai ho finito di frequentare.
    Per caso ti riferisci a quello della Her****?
    Non sono registrata perciò non posso lasciarti la mia email e non so se posso "fare pubblicità" al nome degli organizzatori.
    Ciao!

  13. denisocka ha detto:

    Esatto. Hai azzeccato. Io consiglio sempre un corso serio per aspiranti traduttori editoriali prima di tutto perché c’è sempre da imparare (io faccio a spese mie sempre almeno un corso o un seminario l’anno per tenermi aggiornata e confrontarmi con i colleghi) e secondo perché ho visto in prima persona che molto spesso si ha un’idea edulcorata del lavoro del traduttore (molti miei compagni faticavano persino a svolgere una prova a settimana, non ce l’avrebbero mai fatta a reggere i ritmi editoriali) e ottimistiche delle proprie capacità. Confrontarsi con altri è sempre un’ottima cosa. Quel corso in particolare offre al migliore la possibilità di pubblicare (non retribuito, da qui il vantaggio anche per la CE) ed è stato un inizio per molti. Poi resta sempre la strada difficilissima delle proposte, ma per diversi si è rivelata quella giusta. In bocca al Lupo!

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