La madeleine

Torno al blog dopo una bella assenza motivata dalle consegne.
Portato in chiusura un libro di cui, in programma, dovevo leggere solo le bozze (iniziano le ferie e se slitta un libro, slitta anche il collaboratore) e ricevuti i tanto apprezzati ringraziamenti della persona sostituita, una collega bravissima (“Ciao Denise, volevo solo ringraziarti per l’ottimo lavoro che hai fatto”), ho accettato un libro di cui non avrei mai pensato di occuparmi: un breve romanzo in francese, che necessitava di una revisione, e che porterò avanti insieme a una revisione dall’inglese di un libro di 750 pagine (con tematiche russe, mi sfrego le mani dalla felicità già solo all’idea!).

Avevo un po’ di paura, ma di fronte a un bel libro di narrativa, la tentazione era grossa. Non sono laureata in francese, l’ho studiato per molti anni (3 di medie e 5 di superiori), ma la lingua viva a volte aiuta più di tanti pezzi di carta. In casa, per mio nonno, che ora ha la bellezza di 91 anni (un italiano cresciuto in Francia fino a 18 anni), il francese si è sempre sentito.

E ora, lavorare a questo libro mi fa tornare in mente un sacco di cose, come per la madeleine di Proust: il nonno Ector che mi raccontava le favole e mi cantava le filastrocche in francese, il sapore dei carambar che mi portavano lui e la nonna quando tornavano da un viaggio in Francia, tutta la famiglia allargata (zii, cugini compresi) riunita intorno a un tavolo a giocare a “Feu Rouge”, un gioco in scatola degli anni Settanta sull’educazione stradale (ma saranno ben strani ‘sti francesi! I miei ce l’hanno ancora tutto scocciato in un armadio), i racconti dei miei genitori che quando mia sorella era piccola hanno vissuto un anno vicino a Reims per motivi di lavoro…

Ed ecco che mi ritrovo a far diventare anche il francese una lingua di lavoro.
Non pretenderanno un po’ troppo da me?

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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