Quelle giornate un po’ così…

Ci sono giorni in cui quando ripenso al mio lavoro mi viene una depressione acuta.

Se penso al futuro, nei miei sogni mi vedo in un posto di responsabilità in una casa editrice o anche solo con una mia bella postazione personale, assunta da un unico editore, con un minimo di tranquillità per sentirmi realmente parte di ciò che sto facendo. E forse un giorno addirittura con una casa editrice piccina tutta mia.
E sono convinta che sarei brava, come lo sono ora, non mi adagerei sugli allori: chi ha vissuto il precariato, credetemi, ormai ha acquisito una tale etica del lavoro che anche una volta raggiunta la tanto agognata serenità poi è quasi impossibile che si trasformi in un “fannullone”. Ma almeno perderebbe quella costante sensazione che lo stiano infinocchiando.

Se invece ci penso con un pizzico di realtà, mi vedo in un posto di lavoro completamente diverso, nel migliore dei casi riciclata decentemente, nei peggiori in uno qualsiasi, perché arriverà un momento in cui comincerò a odiare questa professione invece che solo il venti percento del tempo, l’ottanta o cento percento.

Così ieri, dopo essere stata in redazione (che di solito non mi fa che bene), sono tornata a casa in lacrime. Osservavo i miei colleghi precari, tutti intenti a dare il meglio di loro, ognuno con affidato un compito che si è rivelato una sola (correzioni bozze pagate come tali che si trasformano in editing, revisioni che sembrano ritraduzioni, editing che si rivelano riscritture e nuovi lavori di ricerca), speranzosi che la loro buona volontà se non economicamente verrà riconosciuta chissà quando e chissà come con una possibilità più seria (e anche più legale, oserei dire).
E li ho visti con gli occhi dei responsabili della casa editrice: erano trasparenti, come lo sono io.
E mi è tornata in mente la volta in cui un collega bravissimo, con anni di esperienza e di lavoro dentro lì, ha ricevuto un’offerta da un piccolissimo editore. Lo ha fatto presente sperando che gli offrissero una ragione anche minima per rimanere. E gli hanno detto vai, senza nemmeno tentare di trattenerlo.

Ai loro occhi nessuno di quanti fanno materialmente i contenuti di un libro è indispensabile.
Un collega con anni di esperienza vale come uno stagista appena arrivato.
Questo dovrebbe far incazzare i lettori, che invece non lo sanno nemmeno.

E stamattina nella posta elettronica c’era l’ennesima offerta fra gli annunci di lavoro per un corso di redattore editoriale. Ma per lavorare dove, che di posto non ce n’è? Per andare a sostituire da precario chi sbarella e molla tutto per tentare nuove strade più dignitose?

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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3 risposte a Quelle giornate un po’ così…

  1. utente anonimo ha detto:

    sante parole. dalla prima all’ultima.
    in bocca al lupo.
    andrea

  2. utente anonimo ha detto:

    Figurati poi quando organizzano questi tipi di corsi qui a Palermo! Te lo immagini? Qui le case editrici minimamente serie si contano sulle dita di una sola mano e non volgiono nemmeno precari!!

  3. denisocka ha detto:

    @andrea: in bocca al lupo anche a te.
    @utente anonimo: lo dico sempre, il business è nel corso, non nel lavoro editoriale… è la legge della domanda e dell’offerta: in tanti vogliono fare i redattori (domanda alta), ma l’unica offerta che si può concedere è l’illusione di poterci riuscire con un corso.

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