Lavorare in redazione

Da quando mi è arrivato chiaro e tondo, dalla realtà dei fatti che mi circonda, il messaggio che i redattori editoriali sono precari in modo cronico perché restano tali per anni, a volte decenni, senza possibilità di miglioramento, e per volontà altrui, ho deciso di darmi un “regime di lavoro”, per evitare di recarmi in azienda tutti i giorni (e trasformarmi in una dipendente senza diritti da dipendente) o al contrario sbroccare del tutto per la permanenza forzata in casa, i “domiciliari” del collaboratore esterno.

Così da un annetto circa ho stabilito di andare in redazione a lavorare due volte la settimana (una, se sotto consegna traduzione, di più di due, solo se la mia presenza è indispensabile per chiusure o coordinamento). E mi fa bene, perché il contatto con i colleghi mi riporta a una realtà di comunione e di aiuto che a casa da sola con libro e computer davanti mi manca.
Saranno sciocchezze ma ho bisogno di:

1. pranzare con i colleghi;
2. salutare e scambiare due chiacchiere nei corridoi con direttori editoriali, editor, redattori, segretarie e affini di altre redazioni e uffici, mantenendo anche tipici contatti sociali ma anche aziendali e far ricordare il tuo faccino precario;
3. incontrare persone alla macchinetta del caffè;
4. chiedere consiglio per soluzioni stilistiche, norme editoriali, aspetti grafici, complicazioni da computer;
5. ridacchiare per stupidaggini varie che si sparano stando seduti ognuno davanti a un mac.

E per citare il punto 5:
Ieri siamo nella solita sezione “collaboratori esterni” e oltre a lavorare (come dice sempre un collega “per noi il tassametro si ferma a ogni pausa”), spariamo qualche battuta qua e là.
Sono di fianco a una collega, mostrandole un dubbio su un foglio, quando mi cade l’occhio nella sua borsa: c’è dentro un vestito di lana. Perché si è portata un vestito in redazione? Glielo domando.

“Ah, che ridere! Certo che noi siamo tutti un po’ sbroccati con ‘sto lavoro” esordisce rivolgendosi un po’ a tutti. “Stamattina, prima di venire qui, leggevo delle bozze e mi sono accorta all’improvviso che stavo facendo tardi, rischiavo di perdere l’autobus. Così ho acchiappato il giubbotto dall’ometto, me lo sono infilato in fretta e furia e sono uscita di corsa, finendo per inseguire l’autobus. Quando l’autista ha rallentato permettendomi di salire, ansante ma felice di non aver perso l’autobus, e preziosi minuti di lavoro, mi sono rilassata. E solo a quel punto mi sono accorta che mi penzolava qualcosa da sotto il giubbino. Nell’infilarmelo mi era rimasto attaccato anche il vestito che era appeso con il giubbotto sull’ometto. In pratica, mentre inseguivo l’autobus mi svolazzava dietro come il mantello di Superman.”
Risate incontenibili.

“Ah, a mia cugina è capitato di peggio” butta lì un’altra collega. “Convinta di prendere il giubbino di jeans ha tirato su dal divano… un paio di jeans!!! Se n’è accorta solo quando ha sentito un po’ freddo e svoltolato il ‘giubbino di jeans’ infilato in borsa per metterselo addosso!”
Altre risate.

Adoro lavorare in redazione.

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Informazioni su denisocka

La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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3 risposte a Lavorare in redazione

  1. tafia ha detto:

    Ecco, in effetti io che lavoro solo a casa sento spesso la mancanza di questo aspetto, anche perché sono una persona molto socievole ed estroversa. Ultimamente, per fortuna, mi rifaccio con le lezioni di lingua che do una volta a settimana, così almeno ho un po’ di “contatto umano”. Ma non è la stessa cosa, più che altro perché manca la possibilità di confrontarsi con colleghi e chiedere pareri…

  2. utente anonimo ha detto:

    Bè, quando facevo lo stage in una redazione di una casa editrice, in effetti a pranzo le risate non mancavano mai! sempre interessante il tuo blog!

    andrea

  3. denisocka ha detto:

    @tafia: ci sono colleghi traduttori che quasi amano questa vita rintanata, ma la maggior parte ha bisogno come noi di contatti sociali.
    @Andrea: Sì, anche il pranzo in mensa è un bel momento: discorsi buffi, a volte anche seri, per conoscere un po’ di più i colleghi. E grazie per i complimenti al blog. Ho scoperto che per me è una bella valvola di sfogo.

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