Siamo sulla stessa barca

Mi segnalano questo articolo:

«Ecco qua la candela! Attendete alla traduzione!»

Lo segnalo a mia volta.
Sono già al corrente in prima persona di quanto scritto, ma la parte che più mi ha colpito, ve la cito qui di seguito, perché in molti punti alla parola “traduttore” si potrebbe sostituire quella di “redattore”, e con più ampio respiro “lavoratore della conoscenza”:

“Partiamo dalla constatazione che ogni traduttore freelance si trova a confrontarsi con una controparte, gli editori, dotata di una forza economica e contrattuale enormemente più grande della sua, e dunque ha un margine di manovra molto limitato. La sua possibilità di sfruttare questo margine si regge su due pilastri: primo, la capacità di raccogliere e diffondere informazioni in modo da avere un quadro più dettagliato e approfondito possibile – dal punto di vista culturale, fiscale, legale, economico – della realtà in cui opera. Secondo, il confronto con i colleghi e l’impegno a livello di categoria, con la partecipazione ad associazioni, sindacati, ecc. È ben noto che l’unione fa la forza, mentre il modo migliore per mantenere un gruppo sociale in una posizione di debolezza è quello del divide et impera. Nel caso dei traduttori, in Italia siamo nella situazione paradossale in cui non sono tanto i committenti a praticare questa tattica, ma sovente gli stessi traduttori, vittime di varie mistificazioni che congiurano per renderli impotenti.

“Per cominciare: tradurre è una missione, amo tanto il mio lavoro che lo farei anche gratis, la cultura non si può quantificare in denaro…

“Qui il problema è che queste affermazioni contengono una dose di verità. In diversi casi il traduttore può permettersi di lavorare gratis o a tariffe risibili, perché la traduzione non è il lavoro di cui vive ma un hobby o un’attività marginale. Le case editrici reclutano molti collaboratori tra persone che non campano di traduzione letteraria ma di un lavoro diverso, o grazie al reddito del coniuge o di altri familiari.

[Denise: Nel caso dei redattori più che lavorare gratis e avere altre fonti di reddito è accettare qualsiasi cifra e condizione lavorativa perché si ritiene sia l’unico modo di farsi le ossa all’inizio… un farsi le ossa che però non finisce mai.]

“Il perdurare di tale situazione ha due conseguenze: da un lato, impedisce l’accesso alla professione a persone che avrebbero la capacità di eccellere ma non hanno altre fonti di guadagno, e dall’altra diminuisce la qualità media delle traduzioni perché, salvo eccezioni, chi traduce nei ritagli di tempo non può affinare la propria arte come chi lo fa per professione, né può dedicare il giusto tempo all’aggiornamento professionale.”

Verità su questo mondo dorato che, lo ripeto sempre, ti cerca e ti rifiuta allo stesso tempo, dove non si premia l’eccellenza ma la capacità di piegare la testa.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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