Mi manca l’aria

Prima o poi doveva succedere, di nuovo.
Lo spauracchio che ho sempre in questo lavoro. Tutti ti chiamano contemporaneamente, negli stessi periodi.
Dici sì finché hai spazio, poi quando ti rendi conto che le 24 ore non ti basterebbero più, cominciano i “non posso”, “ne ho già tre in coda“, “sto già lavorando a quattro libri“, “però mi libero a fine novembre“.

E arriva quel fine novembre e di solito qualcosa si muove. Quando stai già per boccheggiare dall’ansia, spunta una bozza, poi una revisione, poi una traduzione, e tutto il vortice ricomincia da capo. E devi di nuovo dire: “No, scusa, non posso, però mi libero a febbraio”.

Ora sto boccheggiando, mi toccherà fare la cosa che odio di più di questo lavoro: il giro delle sette chiese.
Ed è angosciante, perché all’improvviso sembra che nessuno abbia più niente per te, e non sai se è perché mentre tu dicevi no, si sono trovati qualcun altro che ha detto loro sì, ma che poi arriverà come te al punto di dire a sua volta di no. O perché sei una ciofeca, nessuno ha mai trovato il coraggio di spiattellartelo in faccia e ti usano solo quando ormai sono alla canna del gas.

Oggi lavorerò ancora a un ultimo libro, aspettando con trepidazione che finisca anche questo e mi tocchi davvero cominciare a elemosinare un po’ di lavoro.
Vi sembra una vita lavorativa sana, questa?
Poi domandatevi perché ogni tanto sbarello.

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La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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3 risposte a Mi manca l’aria

  1. utente anonimo ha detto:

    L’altro giorno ci si chiedeva se fosse proprio la predisposizione ai ritmi lavorativi scombinati a portarci verso un mestiere come quello di traduttore. O, per farla breve: siamo pazzi perché traduciamo o traduciamo perché siamo pazzi?

  2. utente anonimo ha detto:

    Che dire? No, non è un modo sano di lavorare. Io sono in una situazione simile. Periodi di stralavoro e periodi di rilassatezza quasi inquietante.
    Solitamente approfitto dei periodi vuoti per studiare e soprattutto per auto-promuovermi. L’instancabile attività di mailing anche alle case editrici più improbabili (spesso sorrido pensando all’editore scalcagnato che legge una mia lettera ultra-professionale sui benefici di un corretto editing, mentre osserva i propri libri autoprodotti).
    E dal mailing ho capito che non bisogna fermarsi mai. Chi non ti ha risposto ieri potrebbe aver bisogno di te oggi.
    E così ci si trova, come sono io adesso, con tre lavori avviati (parlo di manuali scolastici, perciò lavori abbastanza complessi) ma ancora in “stand-by”. Mentre aspetto Godot sono sicuro che, tempo dieci giorni, sarò sommerso dal lavoro. E potrò lamentarmi con soddisfazione!
    A.

  3. denisocka ha detto:

    @a utente anonimo (ma perché non vi firmate? Poi faccio fatica a rispondere così): io è più probabile che sono pazza e basta. Per inseguire il sogno di un posto tranquillo in una sola redazione sto facendo la vita meno tranquilla che ci possa essere. Però, oltre che pazza, sono anche testarda, quindi non demordo.
    @A.: lo so, lo so, sono anch’io convintissima che in questo ambiente bisogna continuare a mandare cv a raffica. Per ora, comunque, giro delle sette chiese rimandato: oggi si è fatto vivo qualcuno, non per l’immediato ma va bene lo stesso. Forse, dopotutto, non sono poi una ciofeca, no?

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