Se fossi a tempo indeterminato

Sono anni che spero in una vera svolta, che in questo ambiente non arriva mai, e sono anni che dico “Quando avrò un contratto a tempo indeterminato voglio…“:

1) fare un po’ di volontariato attivo in qualche associazione, magari tornare in quella dove lavoravo negli anni dell’Università
2) imparare a suonare seriamente il piano o un altro strumento (ora non avrei nemmeno il tempo di fare gli esercizi per imparare le scale)

3) dormire un po’ di più il sabato e la domenica mattina
4) andare a fare shopping, senza il senso di colpa

5) portare fuori a giocare Bruska, senza il senso di colpa
6) pulire casa e sistemare il giardinetto, senza il senso di colpa (ripensandoci, a questo magari rinuncio volentieri)

7) sposarmi (alla fine l’ho fatto lo stesso, se no restavo convivente a vita)
8) avere un figlio (ci sto provando lo stesso ma non arriva… dicono sia tra l’altro a causa dello stress per il lavoro precario)

9) andare a un corso serio di conversazione russa (sto perdendo tutto il mio russo parlato, accidenti a me!)
10) ottenere un prestito in banca alla mia età senza il bisogno che venga avallato da mamma, papà o dal marito

11) non avere il terrore di ammalarmi, di prendere anche solo l’influenza (se non lavoro, non consegno, se non consegno, non mi pagano a 30, 60, 90, 120 giorni ed è a rischio la successiva collaborazione)
12) sentirmi finalmente un’adulta

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Informazioni su denisocka

La vita dura (ma non troppo) del collaboratore esterno (ma non troppo)
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12 risposte a Se fossi a tempo indeterminato

  1. youngmanager ha detto:

    Prego notare che sto per dire una cosa impopolarissima senza trincerarmi dietro l’anonimato, come invece fanno quelli che mi scannano sul mio blog… Aspettative legittime le tue, ma almeno le prime 6 su 12 avvallano l’equazione “Assunto a tempo indeterminato=libero di diminuire la produttività”…. Visto che l’atteggiamento ricorrente è questo, ci si chiede ancora perchè le aziende non assumono a tempo indeterminato?

  2. denisocka ha detto:

    @youngmanager: mi sa che tu non hai idea dell’argomento. La questione riguarda il fatto di poter fare cose nel dopo lavoro, che ora non mi posso permettere perché per consegnare con i tempi e le tariffe che mi vengono imposti mi tocca lavorare la sera, il sabato e la domenica. Non so a quali punti di improduttività ti riferissi visto che ora come ora me ne impongono una sovrumana. Mi basterebbe avere degli orari umani con i quali, te lo assicuro, riuscirei a produrre, ma con una serenità che ora mi è negata.

  3. denisocka ha detto:

    e aggiungo: le aziende non assumono a tempo indeterminato perché i contratti a progetto sono più convenienti a livello fiscale. Altrimenti, se uno fosse un lavoratore lavativo, non continuerebbero a riconfermarlo per anni.

  4. youngmanager ha detto:

    Ti assicuro che una certa idea dell’argomento ce l’ho… I punti a cui mi riferivo sono i primi sei. Mi pare di capire che tu sia una collaboratrice esterna, quindi più produci, più guadagni… La produttività inumana te la chiedono i tuoi committenti, ma in un certo senso te la imponi anche tu, o sbaglio? Infine: è vero che fiscalmente i contratti a progetto sono più convenienti, ed è vero che se uno fosse un lavativo non lo riconfermerebbero per anni. Ma è anche vero che se assumi a tempo indeterminato uno che poi si rivela essere un lavativo è praticamente impossibile liberartne, ed è anche vero che se a un collaboratore ci tieni e questo viene a chiederti l’assunzione a tempo indeterminato, prima di dirgli di no e rischiare di perderlo ci pensi 30 volte

  5. denisocka ha detto:

    Nell’editoria, mi spiace, non va come dici tu. Per andare a chiedere di essere assunto a tempo indeterminato devo avere in mano un’altra offerta, e ti assicuro che quelle scarseggiano, mentre fioccano aspiranti collaboratori che svendono la loro e la nostra professionalità. Riguardo al fatto che sia io a impormi certi orari, lo faccio per pagare mutuo e bollette perché le tariffe imposte unilateralmente ti obbligano a farlo. Se lavorassi con orari standard mi converrebbe cambiare lavoro, cosa che forse farò quando mollerò la spugna.

  6. denisocka ha detto:

    E ripeto: i primi punti cui ti riferisci forse sono facilmente fraintendibili. Io mi riferisco a orari e giorni che un lavoratore normale di solito si può prendere.

  7. utente anonimo ha detto:

    Il commento di youngmanager si commenta da sé: è evidente che non sa di cosa stiamo parlando. Comunque è un problema che può risolvere leggendo il tuo e altri blog.
    Delle cose che dici alcune le condivido, altre un po’ meno. Lo spazio e il tempo per impegnarsi nel volontariato o in altro si trovano; almeno, io li trovo. E poi pensi veramente che il contratto a tempo indeterminato sia un passaporto verso l’età adulta? La mia espeirenza mi dice di no.
    Abbracci,
    Alessandro

  8. youngmanager ha detto:

    Ok, prendo atto che l’editoria è un mondo a parte che nulla c’entra con l’imprenditoria e il mondo del lavoro in generale. Come non detto

  9. denisocka ha detto:

    @alessandro: ovviamente il post era una provocazione. non è detto che uno non riesca a ritagliarsi del tempo se vive la sua condizione con più serenità, cosa che io non sono ancora riuscita fare. Poi magari, se un giorno avrò davvero un contratto come si deve, non troverò comunque il tempo, perché per come sono fatta, probabilmente, finirei per restare in casa editrice come faccio ora fino a orari massacranti. Chi può saperlo?

  10. tafia ha detto:

    Io spesso mi rendo conto di agire con una sorta di “incoscienza”, dimenticandomi che se per quest’anno lavoro ce n’è, non è detto che ci sia nel prossimo. Cerco di non pensarci, di avere una mentalità non tanto da precaria ma da “libera professionista” (paroloni… ma libera dove?!), di seguire dei ritmi di vita sostenibili, di non rinunciare ad altri interessi. Perché di vita ne abbiamo una sola e non voglio sprecarla in questa gara alla produttività e al profitto a tutti i costi. Piuttosto preferisco guadagnare un po’ meno e rinunciare a qualche bene materiale in più (ad esempio, il mio lavoro di traduttrice da casa non mi dà l’equivalente di uno stipendio da dipendente e nemmeno le garanzie, però non ho bisogno dell’auto con tutte le spese connesse e nemmeno di avere una guardaroba sempre “aggiornato”, dato che a casa posso lavorare in tenuta comodo-casual, ecc.). Sono però consapevole che questi ragionamenti reggono solo finché il lavoro c’è. E anche che da qualche mese ho potuto smettere di vivere con la mia famiglia solo perché siamo in due a far tirare avanti la baracca (da sola con gli affitti e i costi che girano non ce la farei MAI) e comunque, anche se ce la caviamo solo con le nostre risorse, sappiamo che se disgraziatamente ci fossero delle grosse emergenze qualcuno dietro (leggi: famiglie) che ci darebbe una mano a superarle ci sarebbe. Il che è confortante, ma non è certo motivo d’orgoglio.

  11. inachisio ha detto:

    C’è un meccanismo che rende invivibile il lavoro precario ed è il fatto che non puoi “permetterti” di rifiutare un lavoro se vuoi mantenere un rapporto con un editore. Ma se accetti troppi lavori, poi devi impazzire per rispettare le scadenze.
    E’ un post molto vero, questo tuo, specie in editoria. Ma il punto 12 è una vera sassata nel vetro. Amaro amaro, vero vero.

    Inachis

    PS Prego notare che ti scrivo questo commento dalla Buchmesse. Qui tira un’aria di crisi che la metà basta. Quando ci sono pochi soldi in giro, che cos’è che – in Italia – non si compra più?

  12. denisocka ha detto:

    Eh, già… in Italia si legge poco, figuriamoci se non si tirerà ancor più la cinghia da quel punto di vista. E chi saranno i primi a saltare? I collaboratori esterni, no? Io per ora preferisco non pensarci troppo. Se arriverà il problema, mi inventerò qualcosa.

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